I cacciatori danno da mangiare ai cinghiali, violando la legge”. Lo sostiene il comitato per il territorio delle Quattro Province, il gruppo di cittadini creato nel 2011 per tutelare la zona appenninica a cavallo fra le valli Borbera, Curone, Staffora e Tidone. La dichiarazione fa riferimento alla proposta di piano di abbattimento da mille caprioli inoltrata dalla Provincia alla Regione, sollecitato dai viticoltori e dalle associazioni agricole nonché alla gestione della caccia in generale. La proposta del piano ha suscitato reazioni di vario genere ma due sono i dati di fatto: i danni alle coltivazioni ormai insostenibili e una gestione degli ungulati tutt’altro che proficua.

Il comitato parla infatti di “decenni di errata gestione faunistica e venatoria che hanno determinato la situazione attuale, con una serie di pratiche che hanno di fatto impedito il corretto contenimento dell’espansione di alcune specie selvatiche e contestualmente hanno prodotto la rarefazione, o addirittura l’estinzione locale di altre”. L’esempio di errata gestione citato è appunto “la pratica di foraggiare i cinghiali durante le stagioni autunnale e invernale quando le popolazioni potrebbero subire per vie naturali un decremento significativo. Questa pratica è proibita a livello nazionale, ma evidente a chiunque frequenti i boschi di montagna. Il primo paradosso da rilevare è quindi che ci si rivolge ai cacciatori per risolvere un problema che proprio nell’interesse venatorio e nelle pratiche scorrette di una parte di quel mondo trova la sua ragion d’essere”.

Il comitato quindi non nega l’eccessivo numero di esemplari di caprioli e cinghiali ma chiede che i piani di abbattimento siano regolamentati su basi scientifiche: “Per quanto riguarda il cinghiale, numerose evidenze scientifiche dimostrano che l’utilizzo della braccata non risponde all’obiettivo di contenimento della popolazione, determinando inoltre un fenomeno di dispersione sul territorio degli animali, con maggiori danni alle colture e ulteriori rischi per la viabilità. Inoltre, la braccata comporta un forte impatto sulla biodiversità degli ambienti, è facilmente causa di ferimento di animali e potenzialmente fonte di rischio per l’uomo. Inoltre occorre una valutazione attenta dei rischi per l’uomo di una pratica pericolosa che ha già causato numerosi incidenti mortali, esercita un forte impatto su vaste aree di territorio naturale con disturbo di altre specie (compreso il lupo, specie protetta), sottrae di fatto intere porzioni di territorio per gran parte della settimana alla fruizione pubblica. L’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) indica di attuare un prelievo selettivo basato su criteri scientifici, preferibilmente attraverso i metodi dell’appostamento e della “girata”, già praticati all’interno dei parchi naturali, sotto il controllo di personale esperto e qualificato”.

Rispetto ai caprioli, il gruppo di cittadini sostiene che “la cifra proposta di mille capi (che va ad aggiungersi alle varie centinaia già inserite nei piani di abbattimento) deve essere attentamente valutata su basi scientifiche e non può essere utilizzata in via suggestiva per creare l’illusione che il problema si risolva solo aumentando la potenza di fuoco dei cacciatori”. La Regione, ricorda infine il comitato, “non dispone di un Piano Faunistico Regionale, fondamentale strumento di pianificazione. Ogni provvedimento adottato al di fuori da linee guida rigorosamente scientifiche rischia di portare a ulteriori aggravamenti del problema”.

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