by Ilaria Pesce

Lo so: sono una persona prevedibile, noiosa e scontata ed essendo prevedibile, noiosa e scontata avrete già supposto che il Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud sia uno dei miei film preferiti.

Sì, ci avete preso in pieno: ho amato talmente tanto quel film che l’idea di ritirarmi in un’abbazia isolata, intrisa di misteri e omicidi, e dalla mastodontica biblioteca, non mi è parsa poi così strana, pur essendo atea e non particolarmente ascetica.

Capirete quindi l’entusiasmo/terrore che mi ha pervaso quando sono venuta a sapere che la Rai avrebbe prodotto una serie tv tratta dal romanzo di Umberto Eco: ecco quindi la recensione dei primi due degli otto episodi in cui il regista Giacomo Battiato ha suddiviso l’adattamento.

A. D. 1327: il frate francescano Guglielmo da Baskerville/John Turturro, accompagnato dal novizio Adso da Melk/Damien Hardung, si reca in un’isolata abbazia benedettina dell’Italia settentrionale per partecipare a un importante concilio.

Ad attenderli, l’inquietante notizia della morte per omicidio del monaco Adelmo, la prima di una lunga serie: su richiesta dell’Abate Abbone, spetta a Guglielmo il compito di condurre le indagini, mentre sullo sfondo si staglia una disputa tra ordine francescano e papato che rischia di scuotere le fondamenta della Chiesa stessa.

Inutile girarci intorno: i primi due episodi de Il nome della rosa sono di una lentezza quasi logorante. Due persone a me molto vicine che hanno tentato l’impresa sono crollate nel giro di mezz’ora ed io stessa, complice la stanchezza, ho faticato un po’ a non stramazzare sulla tastiera del pc.

D’altra parte, come le riempi otto puntate? In qualche modo il brodo devi allungarlo e lo stratagemma del regista è soffermarsi sui dialoghi, di cui il romanzo di Eco è strapieno, dialoghi molto dotti che il film, per ragioni di tempo, ha dovuto sacrificare.

Manca il pathos – forse anche per colpa di un doppiaggio non particolarmente azzeccato – e ci si ingozza di aulicismi, questo sì: mi chiedo quanto possa reggere senza spararsi un neofita che non abbia mai aperto manco per sbaglio Il nome della rosa.

Insomma, se l’obiettivo è avvicinare lo spettatore a un’opera emozionante e impegnativa come quella di Umbertone, beh, forse una lieve sforbiciata ai dialoghi sui massimi sistemi ci stava, su.

E parla una che in una conversazione è abituata a partire da Adamo ed Eva per dire cosa ha mangiato a pranzo, eh.

Prima che mi accusiate di un eccessivo attaccamento al film del 1986, metto le mani avanti: un punto forte della serie è il cast, che trova in John Turturro il suo apice. 

Misurato, credibile, convincente: un’ottima alternativa a Sean Connery, così come il belloccio Damien Hardung non fa rimpiangere troppo Christian Slater (che è comunque più figo).

Rupert Everett nei panni dell’inquisitore Bernardo Gui è apprezzabile ma non completamente all’altezza del predecessore, F. Murray Abraham: forse qui esagero nel sentimentalismo, amando molto quest’attore ma mi dispiace, la sua faccia stronzo è insuperabile.

Mi piace molto Roberto Herlitzka nei panni di frate Alinardo, così come ci sta Alessio Boni in quelli di Dolcino, personaggio che nel film viene appena nominato. Ci sta anche la digressione sulla sua storia personale, che costituisce una piccola sottotrama, ci sta anche Antonia Fotara nelle vesti – succinte – della ragazza che attira le attenzioni del giovane Adso.

Alla fine dei giochi ne Il nome della rosa è tutto un “ci sta”, che non fa certo gridare al miracolo ma nemmeno istigare al suicidio, anche se – e temo sarà un refrain ricorrente in questa serie di articoli – Annaud resta ancora primo in classifica.


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