Il partigiano Tomaso Merlo “Puni”: 70 anni per avere giustizia

Ucciso dai garibaldini nel 1944 poiché era un “autonomo” che non intendeva sottostare ai partiti, è stato ufficialmente dimenticato fino a oggi: il Comune di Voltaggio ha finalmente inserito il suo nome tra i caduti.

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La lapide dei caduti di Voltaggio
La lapide dei caduti di Voltaggio

La vicenda ricorda in parte quella di Aldo Gastaldi “Bisagno”, il comandante partigiano genovese che rifiutò la presenza dei partiti fra i suoi compagni. Tomaso Merlo, detto Puni, di Voltaggio, fu il primo a creare un nucleo partigiano in alta Val Lemme ma ci sono voluti più di 70 anni prima di riconoscere i suoi meriti.

Era l’autunno del 1943 e ormai era chiaro che la guerra non sarebbe finita nonostante la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre. L’invasione tedesca e i bandi della Repubblica sociale avevano spinto molti giovani a fare scelte importanti e dolorose. Uno di questi era Puni, all’epoca 23enne, che decise di creare un gruppo di “ribelli” composto soprattutto da soldati russi e jugoslavi fuggiti dal campo di concentramento di Isola del Cantone. Il primo luogo dove questa decina di persone decise di operare furono le pendici del monte Porale, per poi spostarsi sul monte Tobbio.

Tomaso Merlo "Puni"
Tomaso Merlo “Puni”

Da subito ci furono contatti con la banda partigiana organizzata ai laghi della Lavagnina soprattutto da genovesi, già politicizzati in chiave Pci tanto da essere inquadrati tra i garibaldini. “Merlo – racconta don Gian Piero Armano, presidente dell’associazione Memoria della Benedicta – era una persona assolutamente apartitica, che quindi non voleva che il suo gruppo fosse condizionato dalla politica. L’unico obiettivo per lui era liberare l’Italia dai nazifascisti”. Al contrario, le bande garibaldine avevano un commissario politico nominato proprio per dare un’impronta ideologica ai partigiani. I contatti fra i due gruppi non furono quindi molto “cortesi”, vista la volontà dei garibaldini di inglobare gli “autonomi” di Merlo.

Don Gian Piero Armano
Don Gian Piero Armano

L’inverno del 1944 fu particolarmente rigido, con molta neve e freddo intenso e il gruppo di Puni decise di sciogliersi in attesa di tempi migliori e si diede appuntamento nella primavera successiva alla cascina Roverno, eletta a sede del loro gruppo per riprendere l’attività partigiana. Una scelta che non piacque ai garibaldini, i quali decisero di farla finita: organizzarono un agguato in cui Puni rimase ucciso insieme ad altri tre “autonomi”. Il suo cadavere venne seppellito dai suoi carnefici alla cascina Lombardo e lì rimase fino al 1947, quando venne recuperato e trasferito nel cimitero di Voltaggio ma sulla sua esperienza e sulla sua morte per 70 anni è calato un colpevole silenzio.

Non si poteva continuare a far rimanere nell’oblio questa vicenda – spiega Armano -, così circa dieci anni fa abbiamo deciso di avviare un percorso di riabilitazione della figura di Puni”. L’associazione ha realizzato il documentario “I ribelli del Roverno”, proiettato sabato scorso a Bosio e, soprattutto, il Comune di Voltaggio ha inserito di nome di Tomaso Merlo nella lapide dei caduti voltaggini della Seconda Guerra Mondiale. “Ci sono voluti ben 72 anni – commenta il sindaco di Voltaggio, Michele Bisio -, ma finalmente è stata resa giustizia”. Sabato a Voltaggio si terrà la cerimonia per ricordare il 25 aprile. Alle 9 appuntamento nell’atrio del Comune di fronte alla lapide dei caduti, poi il corteo verso il monumento ai martiri di Voltaggio. L’orazione sarà tenuta da don Armano.