by Mario Vannoni

Non è un articolo su Dante Alighieri, ma le introduzioni raffinate e spietatamente citazioniste sono sempre gradevoli. Resta il fatto che oggi parliamo di Italia, patria probabilmente della stragrandissima maggioranza di voi lettori del MacGuffin, ma anche di due grandi registi: Federico Fellini Paolo Sorrentino. Il primo ha segnato la storia del cinema, il secondo lo farà (Adeste fideles!).

Parliamo di Italia, il nostro Paese, che anche a distanza di anni è stato capace di portarsi appresso le proprie tradizioni e la propria cultura (tra pregi e difetti), mantenendo così un continuo legame col passato. A saldare i legami culturali non può, ovviamente, non contribuire il cinema. Un cinema, quello italiano, che nell’epoca di Fellini sentiva l’esigenza di rappresentare un mondo che si stava evolvendo, un mondo fatto di piaceri e vizi, di arte e cultura, ma anche (e troppo spesso) di contraddizioni e sprechi. E il quadro netto e, in un certo senso, apatico di quella realtà lo ha dipinto Fellini stesso incorniciando un’epoca con il suo La dolce vita.

Ma anche a distanza di cinquant’anni (53 per la precisione) Paolo Sorrentino si ritrova in un’Italia che è infinitamente cambiata, ma che allo stesso tempo è perfettamente immutabile. Da quest’audace spunto si dipana così La grande bellezza, così simile a La dolce vita, ma al contempo così indipendente e rappresentativa di un’altra epoca per la storia d’Italia.

Sta a me quindi oggi trovare quei punti in comune tra i due film e quegli altri che li differenziano. Non c’è altro da aggiungere, LET’S ROCK!

Una fatica immensa per dare un tono aulico al tutto rovinata da un banalissimo “let’s rock!” Per il momento nulla di cui lamentarsi.

Tu che il non mutato amor mutata serbi…

ANALOGIE TRA LA DOLCE VITA E LA GRANDE BELLEZZA

Sono entrambi film italiani, non ci piove. Bene, non riesco per niente a trattenere queste stronzate, quindi perdonatemi in anticipo se dovesse succedere di nuovo.

CENTRALITÀ DELL’UOMO-SIMBOLO

Beh, direi che ogni persona dotata di occhi (razzismo sui ciechi ne abbiamo?) sappia comprendere questa prima analogia. Marcello Rubini (Marcello Mastroianni) da un lato e il leggendario Jep Gambardella (Toni Servillo) dall’altro. Non spendiamo parole per descrivere l’enorme capacità attoriale di entrambi, già a lungo discussa e trattata. Focalizziamo invece l’attenzione sul loro ruolo nei rispettivi film: sono il fulcro attorno al quale gira tutto, tutte le vicende li vedono coinvolti, ma non rappresentano il discorso centrale del film. Infatti sia La dolce vita che La grande bellezza puntano a riflettere sull’Italia o, ancora meglio, sul vivere l’Italia, ma a questo arriveremo dopo. È chiaro quindi che è un ruolo essenzialmente simbolico: si potrebbe quasi dire che incarnano “l’uomo (in senso di essere umano) italiano” nelle rispettive epoche.

PROFESSIONE DELL’UOMO-SIMBOLO

Entrambi giornalisti di successo, ma entrambi aspirano ad essere degli scrittori. Lascio a voi la riflessione metaforica di questa speranza disillusa. La professione di giornalista, però, permette di collocare entrambi i protagonisti nelle zone “alte” della società italiana. Ne consegue che i nostri eroi avranno continui contatti con personalità dell’alta società o comunque con esponenti di una certa ricchezza e soprattutto vivono nel pieno dello sviluppo societario.

L’ITALIA DI ROMA

Quale posto migliore (o peggiore) per rappresentare l’Italia? Al di là di razzismi, xenofobia, antiromanismo o simili, nessuna città meglio di Roma contiene l’essenza della cultura italiana. Aggiungiamoci poi che a Roma c’è Cinecittà e abbiamo fatto trentuno. Roma è il simbolo dell’Italia e degli italiani e i due registi non potevano scegliere un teatro diverso per impostare un discorso sul bel paese.

Io so’ rumeno perché so’ de Roma. Amo i romani, non fraintendete, ma ho sentito una sorta di obbligo morale nel riportare la citazione antistante.

IRONIA DI INTITOLAZIONE

Se avete visto i film avete capito cosa intendo. Ora, non voglio fare spoiler volontari, ma diciamo che la lettura di questo articolo presuppone la visione dei film, altrimenti potrei parlarvi anche di cavoli e bruscoletti facendovi gridare al miracolo. COMUNQUE. Mi pare piuttosto evidente che, dato lo svolgimento delle rispettive trame, entrambi i titoli risultino ironici. Ma ritengo ci sia dell’altro: in realtà è tutta questione di prospettiva. Ragioniamoci un momento. Effettivamente non c’è nulla di dolce nella vita che Fellini rappresenta, come non si manifesta nessuna grande bellezza nel film di Sorrentino, questo per noi che guardiamo. Se provassimo invece ad immergerci nelle vite, o meglio, nello stile di vita dei protagonisti ci accorgeremmo che (almeno nell’immediato) la vita è dolce e la bellezza c’è. Quindi, ricapitolando e semi citando Pirandello, l’ironia interviene con la riflessione, alla quale non sono del tutto esposti i protagonisti.

RUOLO DEL SACRO

Profano da ambo le parti. Ok, solo a me piacciono i giochi di parole stupidi, ma torniamo al punto. Il sacro, la religione o tutto ciò che ne concerne sono visti da un punto di vista piuttosto blasfemo, o per usare un termine più addomesticabile, dissacrante. Seppur non esplicitamente, viene mostrata l’indifferenza nei confronti della religione, il ruolo completamente accessorio che essa svolge nella società e nelle vite delle persone. Il sacro è stato messo da parte per lasciare spazio al profano.

SOCIETÀ BORGHESE E “INTELLETTUALE”

Inevitabilmente i registi non ci mostrano l’Italia nella sua interezza, sfido chiunque a farlo, ma prendono dei punti di riferimento più o meno rappresentativi per creare un discorso che sia il più possibile universale. E qui si colloca la scelta di mostrare una società borghese e appartenente in linea teorica al ceto intellettuale. Senza fare disquisizioni sul reale intellettualismo presente nei film, la scelta è quasi obbligatoria perché sono quelle specifiche classi sociali le più esposte alle novità e agli spostamenti culturali. Mi immagino d’Annunzio che balla il chachacha con Ramona mentre le dice: “riconquisterò Fiume solo per te, pupa!”. Quanto anacronismo in una sola frase.

GIOCO DI CONTRADDIZIONI

Quello che viene mostrato non per forza è quello che il regista vuole trasmettere. Se presi con leggerezza o senza senso critico i due film appaiono come semplici successioni di eventi e possono addirittura annoiare, invece sono due capolavori del cinema. Questo non dovevo dirlo. Non conta cosa succede (nella maggior parte dei casi), ma come succede e soprattutto perché. L’obiettivo non è rappresentare la vita a Roma, né tanto meno quella in Italia, l’obiettivo è individuare (e criticare) gli elementi che svuotano di significato e di valore la vita stessa. L’Italia è il teatro della vanificazione dell’opera culturale e artistica.


DIFFERENZE TRA LA DOLCE VITA LA GRANDE BELLEZZA

Sembra uno spreco trovare le differenze tra due film… diversi, ma alla luce delle analogie riscontrate sopra sarà tutto più interessante e contestualizzato. Fantastico, ora che mi sono parato il culo possiamo cominciare.

ESSERE UNO SCRITTORE

Qui sta la differenza tra aspirazione e realizzazione: Jep Gambardella è uno scrittore, Marcello no. Detta così sembra che prima abbia detto stronzate, il che potrebbe essere tranquillamente vero, ma il senso è che Jep ha pubblicato un libro, ha fatto un successo enorme e poi basta. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul niente e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?. Marcello invece vuole diventare uno scrittore perché fare il giornalista gli fa cagare al cazzo non gli piace. Di rimando, di nuovo, Jep ha scelto di essere un giornalista per allontanarsi dalla carriera di scrittore e poter lo stesso mangiare e ubriacarsi a merda in discoteca.

INTENTI (NON) DICHIARATI

In che senso?! La grande bellezza si apre con un breve monologo (o soliloquio?) di Jep sul suo “destino” da uomo colto, contrapposto agli altri che invece pensano alla fessa. Se non del tutto, almeno in parte Sorrentino lascia trasparire quali saranno i suoi intenti nel film, perché fin da subito mostra e quasi spiega la dicotomia tra la rettitudine e la perdizione. Insomma, mette in chiaro il suo intento critico.

Fellini non lo fa manco per il cazzo: mai nel corso del film troviamo una situazione di “spiegazione”, i personaggi vivono le loro vite come se nulla fosse (qui sta anche la magia de La dolce vita) e perciò noi spettatori capiamo qual era l’obiettivo solo alla fine. Tipico di Fellini, ‘nnaggia a te.

RUOLO DEL “FILOSOFO”

In entrambi i film c’è una figura un po’ enigmatica: Steiner (Alain Cuny) ne La dolce vita e Andrea (Luca Marinelli) ne La grande bellezza. Prima di parlare di loro bisogna analizzare un aspetto dei protagonisti: Jep è “studiato”, è un uomo consapevole ed emana una sorta di aura di importanza, ma soprattutto elargisce sentenze a destra e a manca nel corso del film (non per niente è sua la voce narrante). Marcello invece sembra un po’ un coglione poco consapevole e alla ricerca di chissà cosa nella vita. Da qui il differente ruolo del “filosofo”. Steiner è una figura molto importante per Marcello e indubbiamente gli dà un’enorme mano nel trasmettergli certi messaggi. Per Andrea il discorso è completamente diverso: egli è pazzo (o almeno sembra) e agisce con un comportamento che sta a metà tra il bambinesco e l’illuminato. A mio parere sta qui la chiave: è il mezzo che Sorrentino usa per mostrare quanto può essere bizzarra la realtà e la verità, in un certo modo Andrea lascia degli insegnamenti nel corso del film, ma nessuno li vede.

RUOLO DELLA DONNA

Argomento scottante. Molto presente nel film di Fellini, meno in quello di Sorrentino. Una differenza sta anche nel fatto che le donne più prosperose ne La dolce vita non provengono dall’Italia, mentre ne La grande bellezza sono tutte italiane. Ma la vera differenza non sta qui. In Fellini la donna svolge due funzioni: eccitazione carnale e impulso all’allontanamento coniugale o figura oppressiva che porta al senonstaizittatramenodiunsecondotisfasciolamascella. In Sorrentino la donna (a eccezione di Ramona) ha un ruolo molto marginale e nessuno snodo fondamentale del film coinvolge una figura femminile. SESSISMO SORRENTINO, EH?!

USO DEL GROTTESCO

Tutti d’accordo sul fatto che ci sia del grottesco in entrambi i film? A risposte negative il mio comportamento assumerà tinte alla Pietro il Grande. Due grotteschi piuttosto diversi però, uno più comportamentale, l’altro più sensoriale. Con calma. Ne La dolce vita il grottesco viene usato in modo molto cauto e senza allontanarsi mai dal plausibile (entro i limiti del possibile, ovviamente). Sostanzialmente ciò che avvertiamo grottesco riguarda al 99% dei casi i comportamenti dei personaggi, ma ciò non vuol dire che non contribuisca ad aggiungere valore al film. Ne La grande bellezza il grottesco è più trascendentale e riguarda maggiormente la sfera sensoriale, contribuendo anche visivamente a creare situazioni altrimenti non esplicabili. Si può dire, con un’espressione alquanto audace, che il grottesco diventi quasi surreale e in certo modo metafisico.

FINALE

Siamo agli antipodi. Il finale è la cosa che più contrasta tra i due film, sia negli intenti, che nei mezziLa grande bellezza lascia un senso, un messaggio di speranza, quel non so che di “ce la posso fare”, tutto il percorso compiuto da Jep è servito a capire cosa davvero conta nella vita. E la sentenza finale che questo romanzo abbia inizio dà un lieto fine molto dolce al film. La dolce vita regala un finale che sotto ogni punto di vista è peggio dell’inizio: un contesto completamente degradato, dove nulla sta acquisendo significato offre ancora una volta un appiglio, una fonte di salvezza, ma il troppo rumore, la poca attenzione la rendono vana.

E sta tutta qui la differenza tra i film: in Sorrentino, giunti in fondo, si diventa capaci di cogliere gli sparuti sprazzi di bellezza, in Fellini la bellezza la si ha davanti e non si ha nemmeno l’opportunità di coglierla.



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