Repetto e Paravagna raccontano l’”inutile strage” con letture e canzoni.

Stasera appuntamento alla Soams di Rivalta Scrivia con lo spettacolo “Fanti, alpini, scarponi e “pescecani””, dedicato al primo conflitto mondiale.

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Fanti, alpini, scarponi e “pescecani”. La grande guerra, un’inutile strage” è una lettura musicale di Gianni Repetto e Roberto Paravagna che racconta la Grande guerra con testi propagandistici dell’epoca (la famosa disputa tra interventisti e neutralisti), brani storici di analisi socioeconomica dell’epoca e testi letterari di reduci di quella guerra e canzoni scritte durante il conflitto o ereditate da altre tradizioni e modificate nelle parole. Stasera, sabato 23 novembre, alle 21, i due artisti si esibiranno a Rivalta Scrivia, nella Soams, in una serata organizzata dal Comitato civico Rivalta vivibile. Per quel che riguarda i testi delle letture, si parte con Federico Chabod e “L’Italia contemporanea (1918-1948)”, che evidenzia il ruolo avuto dai contadini nella guerra, vera e propria carne da macello mandata allo sbaraglio, e la loro inascoltata richiesta di terra; si prosegue con il parere contrapposto di un neutralista, Renato Serra, e di un interventista, Giovanni Papini, il primo, tragica ironia della sorte, caduto in battaglia, l’altro sopravvissuto all’immane tragedia; poi con Emilio Lussu e due brani tratti dal suo “Un anno sull’altipiano”, resoconto letterario sferzante di un interventista che nell’inferno della guerra capisce quanto fosse stata insensata la sua scelta; si va avanti con il futurista Filippo Tommaso Marinetti e il suo “Bombardamento di Adrianopoli”, esaltazione della guerra come bellezza scenica e rinnovamento spirituale e materiale; quindi un’invettiva di Carlo Emilio Gadda contro i “pescecani” e le loro infami speculazioni e un’altra di Giuseppe Prezzolini contro i comandi dell’esercito e i loro assurdi ordini di attacco;

Gianni Repetto e Roberto Paravagna

poi Giuseppe Ungaretti e le sue poesie ermetiche, la sintesi più lacerante ed efficace di quel conflitto, e Pietro Jahier con il suo diario “Con me e con gli alpini”, altra invettiva contro una classe dirigente che manda allo sbaraglio i suoi soldati; si chiude con Rudolf Bruungraber e il suo ramanzo “Karl e il ventesimo secoli”, in cui l’autore traccia un analitico bilancio della guerra in cui evidenzia, oltre ai danni della guerra viva, le sue conseguenze a lungo termine. Per quel che riguarda le canzoni, la successione è la seguente: “La leggenda del Piave”, canzone bandiera della grande guerra, composta nel giugno del 1918 da Giovanni Gaeta subito dopo la cosiddetta “battaglia del solstizio”; “Addio, mia bella, addio”, canto risorgimentale scritto nel 1848 da Carlo Alberto Bosi prima di partire per andare a combattere nella prima guerra d’indipendenza, ripreso dai soldati che partivano per il fronte, così come la successiva “Sul ponte di Bassano”, antico canto veneziano; “Ti ricordi la sera dei baci”, canzone di un alpino alla sua donna, che sia per il testo sia per la melodia è tra le più belle e struggenti da ascoltare; “Monte Nero”, che ricorda la battaglia del 16 giugno 1915 quando gli alpini conquistarono la sua cima, e “Monte Cauriol”, altra cima conquistata dagli alpini a un prezzo enorme di sangue; “Ta pum”, nata durante la battaglia dell’Ortigara e molto cantata proprio per l’onomatopea del suo ritornello; “Oh, Gorizia, tu sei maledetta”, nota anche come “Gorizia”, fa riferimento alla battaglia di Gorizia in cui persero la vita circa 21 mila soldati italiani e 9mila soldati austriaci; conclude “Il testamento del capitano”, che trae origine da una canzone cinquecentesca, “Il testamento spirituale del marchese di Saluzzo”, una perla del patrimonio epico-lirico italiano, ereditata in seguito dalla tradizione alpina all’epoca della grande guerra.