Una storia per 7 giorni: il Ramadan

Scopriamo qualcosa di più del mese di digiuno appena conclusosi, fra luoghi comuni e le origini della più famosa festività islamica

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Oggi non parliamo di una data, ma di tante date. Nella serata del 24 giugno infatti si è concluso il Ramadan, il mese del digiuno della religione musulmana. In tempi come questi si sente parlare molto di Islam, e molti italiani hanno oggi amici che si sono convertiti o sono da sempre fedeli della seconda confessione religiosa per numero nel mondo (ad oggi sono circa 1,8 miliardi i musulmani sulla Terra).

La stessa parola “Ramadan” oggi non è più un termine desueto e lontano. Si tratta del nono mese secondo il calendario islamico, che si basa sulle fasi lunari quindi ha una durata di 29/30 giorni. Inoltre è il quarto dei “cinque pilastri dell’Islam” Ma partiamo dall’inizio ovvero dalla parola stessa: Ramadan. Si tratta dell’unico mese che ha un nome nel Corano. In origine la parola significava “mese caldo” o “mese torrido” oppure “essere riscaldato”, il che fa intendere che si trattasse un tempo di un mese estivo. D’altronde la radice della parola “Ramad” significa “ardente”. Come tutte le festività religiose, le origini si perdono prima ancora dell’avvento dell’Islam, con le religioni pre-coraniche.

In molti sanno che durante il Ramadan è il periodo dell’astensione, detta volgarmente è la versione islamica della Quaresima cristiana (o viceversa a seconda dei punti di vista). Ogni anno solare il Ramadan fa un balzo indietro di circa 10 giorni, compiendo un ciclo completo ogni 33 anni. Perciò in parole povere chi sta nell’emisfero boreale solitamente si ritroverà un Ramadan “caldo”, estivo, mentre  in quello australe sarà nella stagione invernale.

Come detto si tratta di un mese di astensione. Dall’alba al tramonto non si può bere, mangiare e tanto meno fare sesso. Ci sono poi delle preghiere particolari come la tarāwīh accompagnata da un ritiro spirituale in moschea (l’tikaf), con la meditazione e la carità, la zakāt ul-Fitr. Giunto il tramonto i fedeli si runiscono nella maghrib, la preghiera del tramonto, mentre l’altra grande preghiera è quella che precede l’alba la salah al-fair, insieme al pranzo che dovrà sostenere la persona per tutta la giornata. La tradizione vuole che la giornata non sia solo senza i beni materiali (se così si vuole definire anche l’attività sessuale), ma anche contraddistinta dall’autocontrollo e dalla spiritualità.

Quando cala il sole si può iniziare a mangiare l’Iftār, ovvero la rottura del digiuno, che solitamente inizia con poche cose visto che lo stomaco è vuoto da molte ore. Alla fine dei 29 o 30 giorni, i musulmani si riuniscono la sera dell’ultimo giorno per una grande festa in cui ognuno porta cibo e bevande per l ‘Aīd (u)l – Fitr.

Un giovane prepara i pasti per la grande festa che si tiene la sera dell’ultimo giorno di Ramadan

Probabilmente un tempo il digiuno era meno ferreo e soprattutto più corto. Gli storici musulmani infatti ritengono che fino a prima dell’egira (il trasferimento dei primi musulmani dalla Mecca a Yathrib), molti musulmani seguissero il digiuno ebraico, mentre in un secondo momento, a Medina (luogo dove morì Maometto) venne stabilito di digiunare il giorno di ‘Ashurā (ovvero il giorno 10 del mese Muharram, lo stesso degli ebrei durante lo Yom Kippur). In sostanza il digiuno durava un solo giorno (sebbene il Profeta lo conducesse per tre giorni). In seguito la durata si allargò sempre più, ma rimase facoltativo, con la possibilità per chi non lo seguiva, di pagara la fidyah, ovvero l’ammenda, sfamando un povero.

Il primo Ramadan “moderno” quindi risalirebbe al 624 d.C. un anno che segna una svolta nella comunità islamica rispetto alle altre religioni monoteiste. Infatti proprio in questo anno si stabilì la direzione della preghiera (che cambiò da Gerusalemme alla Ka’aba), le modalità del pellegrinaggio oltre appunto al mese di Ramadan.

Il Ramadan viene considerato un obbligo religioso, anche se in realtà “l’idea dovrebbe esser quella di vivere quest’obbligo del credente non come costrizione, ma come incentivo, come occasione per valorizzarsi sia fisicamente che spiritualmente, verso l’unico suo scopo: avvicinarsi a Dio” (islamitalia.it).

Ci sono comunque eccezioni, ovvero persone che sono esentate dal Ramadan:

  • i bambini maschi e femmine non in pubertà;
  • i malati e le persone il cui fisico non possa tollerare il digiuno;
  • le donne nel periodo mestruale;
  • le donne in gravidanza (per quanto possa accadere dopo il consulto con il medico);
  • le neomamme che hanno bisogno di forze per allattare;
  • gli anziani se ciò compromette la loro salute;
  • gli uomini in guerra;
  • i viaggiatori;
  • chi fa lavori di fatica o di grande concentrazione;
  • chi ritiene che potrebbe risentirne fisicamente o a livello di salute;
  • chi ritiene che il digiuno potrebbe compromettere le proprie capacità l’attenzione verso la salute e l’incolumità dei propri assistiti (figli, minori, anziani, infermi..).

In questo senso torna una parola che ci fa tanta paura, probabilmente perché utilizzata male e strumentalizzata, ma anche perché come si dice “l’ignoranza è una brutta bestia”. Si tratta del jihàd, ovvero lo sforzo (o guerra come tradotto a volte) interiore per migliorare la propria anima attraverso il distacco dalle cose terrene. Insomma, senza entrare troppo nella teologia islamica si tratta di un mese importante nel mondo islamico che ormai da tempo ci accompagna e sarebbe bene forse conoscere un mondo così vicino e così lontano a noi.

P.S.: Si augura buona festa dicendo Eid Mubarak!