by Edoardo Ferrarese

Non chiedetemi come, ma è successo: sono andato a vedere Baywatch. Se me l’avessero detto tempo fa non ci avrei creduto, un po’ come se un giovane Paolo Gentiloni si fosse sentito dire che sarebbe diventato Presidente del Consiglio. Eppure, i casi della vita. Solo che quando l’ho comunicato ad un gruppo di miei amici cinefili (cinefili = bestie di satana, statene alla larga) ho ricevuto boati belluini di dissenso, insulti ai miei antenati più una gogna medievale dove venivo sommerso da una pioggia di cofanetti contenenti le raccolte di von Trier, Kieslowski e Ozu. In Blu-ray ovviamente.

Ma il Cinema è anche Baywatch. Purtroppo? Sì e no. Oh yes, avete capito bene cari lettori finti quasi cinefili come il sottoscritto (no, non è vero, conosco a memoria tutti i lavori di Jodorowski. Faceva dei panini buonissimi), dicevo, avete capito bene: non state per leggere uno scorticamento sulla graticola di Baywatch, ma un articolo il più oggettivo possibile su una vaccata di film che non mi ha fatto rimpiangere i soldi spesi. Cosa che non è successa con Alien: Covenant e Batman v Superman per fare un esempio. Io giuro che riesco a sentire il vostro odio attraverso lo schermo.

Da un lato la perfezione divina fattasi umana. Dall’altro Alexandra Daddario. #simpatia

Sarà stata la forma mentis corretta, il sapere cosa aspettarmi ottenendolo esattamente, la tensione al guilty pleasure, Alexandra Daddario, le tette di Alexandra Daddario, il culo di Alexandra Daddario, The Rock e quegli incredibili occhi azzurri di Alexandra Daddario ma… per qualche motivo sono uscito soddisfatto dalla sala. Che, a scanso di equivoci, soddisfatto non significa “ho appena visto il degno erede di Mel Brooks” ma vuol dire “ho appena visto una vaccata che mi ha fatto ridere”.

Ecco come definire Baywatch: un divertente guilty pleasure. Detto da uno che della serie di Baywatch avrà visto qualche puntata sparsa e ricorda due cose: le tette sballonzolanti in slow motion di Pamela Anderson (sì, in questo articolo userò più volte il termine “tette”, ne capite anche voi l’inevitabilità); e l’ossessione di Joey e Chandler in Friends per la suddetta serie tv.

Ma allora perché sono andato a vederlo? Per le tette tette grosse e perché volevo un film che si prendesse in giro dall’inizio alla fine. E? L’ho ottenuto eccome. Baywatch sa di essere una cazzata. Sa di essere nato come una cazzata. Sa di avere Dwayne The Rock Johnson come protagonista affiancato da Zac Efron tirato così tanto che se gli partisse un tendine ucciderebbe mezza Los Angeles. Sa di derivare da un discutibile prodotto del piccolo schermo. E quindi cosa fa? Lo ripete senza sosta, sottolineando l’irrealtà di lifeguards palesemente usciti dalle mani di Michelangelo che corrono in slow motion bagnati al punto giusto, mentre risolvono crimini degni dell’ispettore Colombo.

E perché succede questo? Perché il caro James Gunn qualche anno fa ha insegnato a tutti come fare un film pazzesco rendendo credibili un procione parlante e un albero antropomorfo che non conosce l’uso del dizionario. Rifacendolo ancora. Ora, capite anche voi che Baywatch non ha nulla a che spartire con un genio come Gunn, ma è riuscito a scopiazzare qualcosa nonostante fosse nelle ultime file della classe e la professoressa lo stesse osservando ad ogni sua mossa.

Ecco perché il Mitch Buchanan 2.0 prende per il culo Zac Efron per tutto il film. Ma tutto eh, con una serie di soprannomi uno più bello dell’altro che fanno eco al caro Dr. Cox di Scrubs. Tra cui uno che è talmente semplice e perfetto che mai avrei pensato potessero farlo. Dai, lo metto sotto spoilerz.

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“High School Musical”. Ad un certo punto, in totale scioltezza, lo chiama “High School Musical”. Il trash applaude gioioso.

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Lei è Kelly Rohrbach. Io invece ho appena finito l’intervento per il mio triplice bypass.

Ecco perché le gag sulle tette si sprecano, tutte atte a sottolineare il fatto che il 99% di quelli che sono in sala per Baywatch non hanno una connessione internet e devono sopperire in qualche modo la mancanza di pesanti mammelle femminili attraverso uno schermo. Alexandra sposami, ti prego.

Poi oh, vediamo di sottolinearlo di nuovo a scanso di equivoci: Baywatch è una minchiata rotante. Quindi alcune gag sono effettivamente trash, la trama è scritta con il pilota automatico e lo sfigato che si becca il figone potevano evitarselo, ma anche chissenefrega. Dipende tutto da come ci si pone di fronte a un film del genere.

Perché alcune sequenze (vedi quella dell’obitorio) erano molto sulla linea comica (no, la linea comica no – Cit.) di Seth Rogen, James Franco e compagnia fumante cantante. La scelta, a parer mio vincente, è stata infatti quella: buttarla in caciara consapevole cercando di strappare più sorrisi possibili allo spettatore. Se poi c’è pure una trama “credibile” allora va più che bene, dato che il comparto tecnico (green screen in primis) con trentamila lire lo faceva meglio il mio falegname. Ma nei primi dieci minuti avevano già speso tutto il budget del film in canzoni, quindi non è che si potesse chiedere più di tanto. Cioè, ci sono le tette, di cosa ci stiamo lamentando? Alexandra sposami, non lo ripeterò una terza volta.

32, esattamente come il giorno del mese in cui sono nato. Abbiamo tutto in comune Alexandra, è destino.

Perciò, se volete spegnere il cervello per un paio d’ore facendovi comunque qualche risata, Baywatch è il film che fa per voi. Se invece preferite roba seria allora guardatevi True Detective (se non ricordo male la seconda puntata della prima stagione), lì troverete tutte le risposte. Due grosse e perfette risposte.

Alexandra sposami. Cucino io, non preoccuparti.



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