Esattamente 60 anni fa, l’Italia firmava il trattato di pace di Parigi. Quel testo sostanzialmente ratificava la sconfitta nella seconda guerra mondiale acconsentendo, in sostanza, che alcuni dei suoi territori contesi, passassero sotto il controllo della nazioni vincitrici. Chi viveva in quei luoghi, avrebbe perso, entro un anno dalla firma, la cittadinanza italiana, a meno che non avesse scelto diversamente. Fra questi luoghi, quelli che pagarono il maggior scotto furono certamente l’Istria, Fiume e la Dalmazia.

Le stime parlano di un numero compreso fra i 300 e i 350 mila italiani che decisero di fuggire dalla propria terra, che ora sarebbe passata sotto il controllo della Jugoslavia del maresciallo Tito. Dal 1943 gli jugoslavi avevano iniziato a perseguitare la popolazione italiana, non per ideologie politiche, ma seguendo un’ideologia di pulizia etnica che a lungo è stata nascosta per varie ragioni.

La Giornata del Ricordo è fondamentale, così come la Giornata della Memoria, per tenere viva la conoscenza dei fatti. Nessuna strumentalizzazione politica potrà mai cancellare quanto accaduto e in Istria e ad Auschwitz. Ancora oggi, però se da un lato i deliri nazionalsocialisti sono stati sviscerati, condannati e studiati, molta ipocrisia getta ancora un velo su quanto sofferto da centinaia di migliaia di italiani che scegliendo l’Italia vennero perseguitati prima dagli jugoslavi e indicati come “fascisti” da molta parte dei propri compatrioti.

Monumento della foiba di Basovizza

Molti emigrarono: Australia, Argentina, Sudafrica, Canada e Stati Uniti erano le mete più frequenti. Qualcuno restò in Italia, vivendo nei campi profughi fino a 20 anni (uno di questi fu la Caserma Passalacqua di Tortona), altri ancora scelsero coraggiosamente di non abbandonare la propria casa, quella terra rossa d’Istria o il mare della Dalmazia o ancora la propria Fiume. Non andremo qui a dilungarci su cosa sia successo, non è certo questo il luogo. Ma la speranza è quella che il lettore possa approfondire la propria conoscenza dei fatti, cercando fonti affidabili ed evitando i facili proclami da (come direbbe Mentana) “webeti”.

Abbandonare l’ipocrisia che anche gli italiani possano avere sofferto le conseguenze delle guerra, diventando vittime e non sempre carnefici, significa anche comprendere, almeno in parte, come ci si possa sentire quando si fugge da casa propria dove la morte è dietro l’angolo per arrivare dove si spera di trovare un mondo migliore, ma spesso si ritrovano facili stereotipi e sputi. Questa è la stessa ipocrisia che dovrebbe spingerci a riflettere oggi prima di puntare il dito contro chiunque arrivi in Italia.

Ieri erano gli ebrei, poi i giuliano – dalmati, poi i terroni, i marocchini, gli albanesi, e domani ci ritroveremo a puntare il dito contro noi stessi perché avremo dimenticato la lezione severa che la storia, senza colori né ideologie, impartisce a tutti, ricchi, poveri, vinti e vincitori.