by Federico Asborno

Tutto qui dentro è SPOILER. Siete avvisati


Eccovi i nostri recap di tutti i precedenti episodi della settima stagione:

Game of carrambate

Lo sapevamo già perché ce l’aveva anticipato il trailer, ma è un piacere notare come la sottospecie di G8organizzato ad Approdo del Re abbia messo face to face tutti i personaggi più importanti de Il Trono di Spade a eccezione degli Stark brothers e Ditocorto, rimasti a Grande Inverno. I fratelli Lannister sono di nuovo insieme, pronti a scornarsi, Daenerys finalmente si confronta con Cersei, Jon abbandona il freddo Nord per parlamentare coi notabili del Sud, Theon ritrova il malvagio zio Euron, i fratelli Clegane sono di nuovo faccia a faccia, Bronn si rincontra con Tyrion, Brienne può di nuovo spasimare per Jaime: praticamente mancano solo Raffaella Carrà e il logo di Rai1.

Motivo della riunione? Cercare una tregua, e convincere Cersei che il pericolo primario non sono le eccentriche armate di Dany, né i barbuti omaccioni di Jon, ma l’esercito del Night King, che ormai è giunto a destinazione.

La dimostrazione del Mastino col non-morto pare impressionare sul serio la regina, ma non è sufficiente a farle dimenticare di trovarsi di fronte a due usurpatori. Per questo chiede a Jon di non immischiarsi nella futura guerra tra Targaryen e Lannister, non sapendo che il Nord ha già giurato fedeltà a Daenerys. Tocca dunque a Tyrion sfruttare tutta la sua diplomazia e astuzia in un confronto privato con la sorella e lo spadone della Montagna, pronto a staccargli la testa dal collo. Da lui dipende l’alleanza tra Stark, Targaryen e Lannister, essenziale per avere un barlume di speranza contro i centomila e più non morti che stanno venendo per distruggere il mondo dei vivi.

Tutto in famiglia

Il colloquio tra Tyrion e la sorella è certamente uno dei momenti più alti della puntata e della stagione: intenso, imprevedibile, scritto e recitato come ci aveva abituato Il Trono di Spade di qualche stagione fa, quello che non ha bisogno di scontati salvataggi all’ultimo minuto e teletrasporti per tenere gli spettatori incollati allo schermo.

L’odio di Cersei verso il fratello è evidente: lei gli imputa non tanto la responsabilità per la morte dei figli (a quanto pare si è convinta che Tyrion non c’entri nulla con la morte di Joffrey), quanto l’aver contribuito a privare del futuro la sua casata, la sua famiglia. Si innesta qui uno dei grandi temi di questa puntata (ma dello show in generale): la famiglia, il tenere alle persone care, il tradimento, l’onore, la lotta per la sopravvivenza.

Tyrion, da buon giocatore d’azzardo quale è, sfida la sorella andando a vedere il suo bluff: le chiede di finirlo, di ordinare a Clegane undead di ucciderlo, ma Cersei tentenna per la prima volta dopo tantissimo tempo. A questo punto capiamo che Tyrion ce l’ha fatta, che la regina concederà la tregua e le truppe per difendersi dall’attacco degli Estranei.

(…tutto troppo facile.)

“The lone wolf dies but the pack survives”.

Ciò che succede a Grande Inverno è viva testimonianza di una delle pochissime leggi che governano il mondo creato dalla penna di Martin: a Westeros, nel 99% dei casi, ciò che ti ammazza è la tua più grande debolezza. Ned Stark è morto per essersi fidato di Ditocorto, Lysa Arryn viene uccisa dall’uomo di cui era innamorata, Robb Stark viene ucciso a causa del matrimonio contratto con la donna che amava, Tommen si suicida dopo la morte dell’amata Maergery, Jon Snow viene pugnalato a morte proprio dai confratelli dei quali non avrebbe mai dubitato. Potremmo andare avanti…

Come dice la stessa Sansa, Ditocorto – nel suo modo distorto e orripilante – era davvero innamorato della giovane Stark, o forse del riflesso di Catelyn che in lei sopravviveva. Questa è stata la sua debolezza, questa è stata la causa della sua fine. Dopo aver cospirato per dividere Sansa e Arya, prima, e per metterle l’una contro l’altra, poi, Ditocorto commette la leggerezza di sottovalutare la maggiore. È evidente infatti che Sansa capisca il gioco di lord Baelish proprio quando lui la induce a sospettare che Arya pretenda per sé la carica di lady di Grande Inverno.

Sansa non sarà di certo una volpe, ma conosce la sorella, sa che non è interessata a cariche, onorificenze e poltrone e in quell’esatto momento comprende il gioco di Ditocorto. Gli insegnamenti di Cersei sono stati utili alla giovane Stark, che finge di voler giustiziare la sorella, facendola presenziare di fronte a tutti i lord, per poi deviare le accuse contro l’inconsapevole Petyr. Che goduria, gente, vederlo costretto in ginocchio a supplicare per la sua vita, e che goduria quando sanguinArya lo sgozza con la medesima daga che lui stesso aveva donato a Bran cercando di farselo buono (daga che, ricordiamo, proprio Ditocorto aveva fornito al sicario incaricato di uccidere lo stesso Bran appena dopo la caduta dalla torre). I tedeschi direbbero ringkomposition. Io mi limito a un “Karma, bitch!”. Non sarà stato scenografico come veder soffocare Joffrey, ma chi non ha goduto come un riccio alzi la mano…

A questo punto le due sorelle Stark, insieme ai loro fratelli, sono finalmente dalla stessa parte e hanno tolto di mezzo uno dei pretendenti più audaci, spregiudicati e pericolosi al trono di spade. Il branco è di nuovo compatto, pronto ad affrontare la tempesta che viene dal profondo Nord.

La morte di Reek

Theon è certamente uno dei personaggi più cambiati lungo il corso delle sette stagioni de Il Trono di Spade, ma è in questo ultimo episodio che si consuma la sua metamorfosi finale. Dopo essere stato preso a pesci in faccia da suo zio Euron, dopo aver tradito, mentito e fallito in tutto e per tutto, al ritorno a Roccia del Drago il buon Theon sente il bisogno di scusarsi con Jon. Il loro rapporto non è mai stato idilliaco, e sappiamo cosa Jon pensi del giovane Greyjoy, ma riesce comunque ad avere la forza di perdonargli quelle cose che possono essergli perdonate. Per tutte le altre non resta altro che la redenzione, una redenzione che – come spesso accade ne Il Trono di Spade – avverrà solo con un atto di coraggio da parte di Theon: dopotutto la sorella Yara è ancora prigioniera di Euron, morta forse, ma un tentativo per avere salva la sua vita deve essere fatto.

Theon lo sa, e dopo aver parlato con Jon corre al molo, cercando di convincere i conterranei ad aiutarlo nell’impresa. Ovviamente nessuno vuole saperne di seguire un codardo, ma Theon sa farsi valere in un corpo a corpo durissimo con il capoccia dei soldati, duello che lo vede trionfare solo dopo averne prese più di McGregor con Mayweather. Sanguinante, smagrito, bianchiccio, Theon riesce con la sua caparbietà a convincere i soldati Greyjoy a tentare l’impresa. (“Not for me, for Yara!”= Feelz potenti). Molto simbolica l’ultima scena in cui si lava via il sangue dalla faccia sul bagnasciuga, restituendo se stesso all’acqua salata del mare. Theon Greyjoy è di nuovo se stesso e Reek è morto definitivamente: d’ora in avanti sarà vittoria o morte. 

I gemelli diversi

Come volevasi dimostrare il ravvedimento di Cersei non era altro che una lurida fregnaccia: quando Jaime va dalla sorella, discutendo della spedizione a Nord per la Grande Guerra contro gli Estranei, viene immediatamente interrotto. Le promesse di Cersei erano tutta una messinscena utile solo a ingannare i nemici; sfruttando i prestiti della Banca di Ferro la regina si è assicurata i servigi della Compagnia Dorata, mercenari di Essos che verranno traghettati dalla flotta di Euron e che sono stati pagati per togliere di mezzo gli eserciti congiunti di Daenerys e Jon Snow.

Come giustamente Jaime le suggerisce, gli eserciti dei Lannister non sono in grado di affrontare nessuno dei due contendenti del Nord, ma la regina non sente ragioni, arrivando a minacciare l’amato gemello e mostrando così il baratro di follia nel quale è precipitata (e che probabilmente le costerà la vita per mano di Jaime la prossima stagione). Si ripropone dunque lo stesso siparietto visto con Tyrion: la Montagna pronta a scattare all’ordine di Cersei e la regina Lannister tentata di far trucidare un fratello. La donna però tentenna per la seconda volta, permettendo al gemello di fuggire da Approdo del Re e dirigersi verso Nord, per tenere fede alla parola data e dare il suo contributo nella Grande Guerra. Perché è un bravo ragazzo.

Il nome di Jon e il rapporto con Daenerys

Il clou dell’episodio però lo abbiamo verso la fine, quando Samwell arriva finalmente a Grande Inverno e si incontra con Bran, il Corvo Con Tre Occhi Che Sa QUASI Tutto, visto che a quanto pare gli manca sempre un pezzo. Mettendo insieme le visioni del passato del giovane Stark e le letture di Sam alla Cittadella, i due riescono a ricostruire le origini di Jon: a quanto pare il nostro golden boy non è un bastardo del Nord, né tantomeno di Dorne. Negli atti spulciati da Sam c’è la prova dello scioglimento del matrimonio tra Rhaegar Targaryen ed Elia Martell, con il conseguente matrimonio segreto del principe con Lyanna Stark. Il nostro Gionsnò sarebbe dunque il legittimo erede al Trono di Spade, senza se e senza ma, e salirebbe al trono col suo vero nome, ovvero quello sussurrato da Lyanna a Ned in punto di morte: Aegon Targaryen.

Il nome è un palesissimo riferimento a un personaggio dei libri tagliato dalla serie e – a quanto pare – fatto “confluire” in Jon. Per ulteriori informazioni sull’Aegon Targaryen della versione cartacea da questa parte.

Tutto bene dunque?

Neanche un po’, visto che mentre Bran e Sam giocano al gioco dell’albero genealogico, Jon e Daenerys si concedono un altro tipo di spasso, dando finalmente ai fan ciò che volevano vedere dal momento stesso in cui Dany ha messo piede a Westeros. Come maturerà il loro rapporto una volta venuti a sapere di essere zia e nipote? Come reagirà Tyrion una volta che la cosa verrà ufficializzata? Dalla faccia che fa quando vede Jon entrare in camera di Daenerys non bene.

Quasi dimenticavo: un minuto di silenzio per il povero Jorah. Ci prova, ci prova e gliela fregano sempre all’ultimo, sembra quasi una conJorah ai suoi danni. (In alto a destra c’è una X bella grossa, fate pure).


Il crollo della Barriera

Come era prevedibile il Night King non ha di certo intenzione di sfruttare Viserion solo per attirare sgnacchere al ballo di fine anno, ma col suo alito infuocato rade al suolo il lato orientale della Barriera, creando una breccia per il suo sterminato esercito, che dopo mille milioni di ore di marcia è giunto alla Barriera.

Il Trono di Spade è giunto finalmente alla guerra finale, quella che ci dirà il nome del vincitore del gioco del trono, posto che qualcuno riesca a resistere alla furia dell’esercito dei non morti.

Considerazioni finali

Quando mi chiedono cosa penso di questa stagione de Il Trono di Spade rispondo sempre che la considero la stagione più deludente ed esaltante di tutte. Esaltante perché stiamo arrivando alla fine di una saga che va avanti da anni e ha creato attorno a sé un fandom sterminato, deludente perché in questi ultimi sette episodi sono venuti meno molti dei punti di forza che avevano fatto la fortuna dello show. Vediamoli insieme:

  • Il Trono di Spade non ha preso una buona piega. Non penso di essere l’unico a essersene accorto. In questa stagione ci sono stati veramente tanti errori, ingenuità, domande senza risposta, momenti cliché abbastanza imbarazzanti e soprattutto una frattura abbastanza netta tra prima e seconda metà della stagione. I primi tre episodi sono serviti da raccordo con la stagione precedente e per sviluppare dinamiche che sono state approfondite poi nella seconda. Abbiamo avuto quindi puntate lente, abbastanza confusionarie e che – alla fine dei conti – cambiavano di poco le carte in tavola. Dopo il quarto episodio invece lo show mette il turbo e vola sparato (fin troppo) verso un season finale, questo sì, che riesce, coi suoi 80 minuti di durata, a dare molto più respiro ai personaggi, agli intrighi, agli inganni, al sale di questa storia insomma.
  • Uno dei problemi maggiori sono stati i troppo frequenti cambi di location e spostamenti repentini dei personaggi, che creano un forte senso di disorientamento dello spettatore e quell’odiosa sensazione di irrealtà che Il Trono di Spade – pur con tutti i draghi, zombie di ghiaccio e compagnia cantante – aveva sempre evitato, facendo anzi dell’estremo realismo il suo punto di forza.
  • Altro problema è che i caratteri dei personaggi siano sempre meno sfumati: nelle stagioni precedenti quasi nessuno era buono fino in fondo, così come quasi nessuno era veramente cattivo. I personaggi erano zone grigie, volubili, prede dei loro difetti e animati dai loro pregi, torti e ragioni. Più si avvicina la fine, più questa sfumatura diminuisce, impoverendo non di poco la sceneggiatura.
  • Problema non da poco è quel sentore di intangibilità che permea alcuni personaggi: mentre prima tutti erano costantemente in pericolo adesso possiamo prevedere abbastanza facilmente chi morirà, come Ditocorto ad esempio, era quotatissimo per lasciarci le penne. Allo stesso tempo ci sono personaggi come Jon, Daenerys, Tyrion e i ragazzi Stark, che sappiamo bene che non criccheranno mai, almeno fino alla battaglia finale.

Motivi plausibili per l’insorgenza di questi problemi?

Di certo Benioff e Weiss non sono rincoglioniti, ma con tutta probabilità hanno cominciato a prestare troppo ascolto alla belluina volontà del fandom, (come dimostra ad esempio la prevedibilissima bombata tra Jon e Daenerys) preferendo lusingare i desideri degli spettatori, piuttosto che assecondare il DNA della storia che hanno messo in piedi. Altro problema che si avverte distintamente è la mancanza di un demiurgo come il ciccionazzo (a.k.a. G.R.R. Martin) che sarà sì lento come una quaresima al rallentatore, ma come gestisce lui le storylines pochi altri lo fanno. Ecco, manca quella sensazione di compiutezza che si avvertiva prima, quando ogni mossa aveva ripercussioni sul resto del mondo-GoT e tutto era ben equilibrato e calcolato al millimetro. Che ci sia bisogno di una sua nuova discesa in campo per portare a termine le cose al meglio?

La speranza è che l’ottava stagione riesca a risolvere i difetti che abbiamo sottolineato, concedendo così a Il Trono di Spade il migliore dei finali possibili. Se lo merita la storia di Martin e ce lo meritiamo noi, che siamo giunti fino a qui.


Mancano solo sei episodi alla fine signori, sarà un piacere raccontarveli nel lontano 2019.

Il team Game of MacGuffin (Francesca Bulian, Gaia Cultrone, Edoardo Ferrarese e me medesimo) vi saluta e vi augura di non impazzire a causa dell’hype. Sarebbe un peccato non scoprire chi si siederà sul trono di spade.

Valar morghulis.



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