Integrare è possibile, se si vuole

Serata informativa ad Arquata sul tema dei rifugiati, fra lacune politiche e legislative e progetti nuovi per ripartire dal lavoro e dalla condivisione

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Beemyjob

Accogliere è possibile se viene fatto nel modo giusto. Ma c’è tanto lavoro da fare e tutto deve partire dalla politica. questo il messaggio arrivato al termine della serata organizzata da Arquata Bene Comune presso il Teatro della Juta che ha consentito ai presenti di capire i meccanismi burocratici, umani e sociali che stanno dietro al mondo dell’accoglienza dei rifugiati.

Il dato più allarmante è certamente l’insieme di stereotipi e luoghi comuni che accompagnano sempre i casi di arrivi nei vari comuni italiani dei migranti. Insieme a ciò, però c’è disorganizzazione e indifferenza da parte politica, che parte dalla distribuzione delle persone sul territorio. “La Prefettura è formata da ‘ragionieri’, persone non preparate ad affrontare i temi umanitari – dice Claudio Amerio, della cooperativa Crescere Insieme – infatti per loro i rifugiati sono numeri da distribuire, ma il discorso è molto più complicato di così, perché non si tiene conto delle varie criticità”.

Criticità che è emersa proprio ad Arquata dove da alcuni mesi risiedono 36 persone provenienti dall’Africa subsahariana e che hanno destato un polverone di polemiche sui social, perché ritenuti da alcune persone “indesiderabili”. Fortunatamente questa era solamente una minoranza, ma quanto accaduto nel paese della torre è certamente emblematico del vuoto amministrativo che c’è nella gestione delle risorse e delle attività dei ragazzi. La cooperativa Gaia che gestiva il gruppo arquatese infatti è stato, in sostanza, estromesso in quanto non avrebbe agito in maniera consona all’incarico. I ragazzi infatti inizialmente erano stati messi in appartamenti non idonei, e dopo alcuni sopralluoghi del Comune e dell’Asl sono stati effettuati alcuni lavori per migliorare la loro situazione.

Oggi il gruppo di rifugiati ha iniziato alcune attività con l’Amministrazione, ma anche con la parrocchia e con alcuni enti locali di volontariato. “Il problema principale, nel caso arquatese – dice Diego Sabbi, consigliere di minoranza per Abc – è che alcuni ragazzi sono arrivati qui con alfabetizzazione pari a zero, mentre i corsi di italiano predisposti dalla cooperativa, non erano idonei per il loro livello”. Perciò si torna a monte, ovvero al problema della valutazione (che non c’è) da parte di chi deve decidere dove e in quanti i rifiugiati andranno.

Ma c’è un ulteriore problema e lo spiega Ahamed Osman, mediatore culturale e insegnante: “I migranti vengono in sostanza ‘assegnati’, similmente a quanto avviene per i bandi indetti dalle amministrazioni per i lavori pubblici. Ogni cooperativa fa un’offerta che viene valutata sulla base dei servizi offerti, ovvero delle attività e della recettività che ogni attore può offrire- ma c’è un grosso “ma” – Ha grande importanza anche quanto ogni cooperativa chiede in termini economici. Ovvero meno costa, più diventa appetibile. Ma questo ovviamente finisce per ledere le attività dei rifugiati”.

Quindi è come vincere un appalto, con un’offerta molto bassa, salvo poi costruire un ponte con materiali economici e poco resistenti. Inevitabile che prima o dopo, il ponte crolli.

In questo vuoto che si creano problemi e speculazioni, ma anche opportunità che vengono colte da chi ha in mente progetti concreti come Cambalache, rappresentata ottimamente da Mara Alacqua, che ha avviato, fra i tanti, il progetto “BeeMyJob” ovvero ha fatto diventare veri e propri apicolotori oltre 40 migranti che grazie agli insegnamenti di varie aziende agricole e apistiche hanno potuto imparare un vero lavoro.

Oppure come il progetto di Maramao, di Acqui Terme, nata come start up della cooperativa Crescere Insieme: “Vogliamo che queste persone non siano impegnate in maniera estemporanea, ma abbiamo avviato una vera e propria azienda agricola” dichiara Claudio Amerio. Quanto fatto finora è davvero ammirabile: prendere terreni dismessi, non più coltivati o di proprietà di persone anziane, che non hanno eredi ai quali tramandarla (o i cui eredi non sono interessati al lavoro agricolo). Maramao coinvolge sia rifugiati stranieri che persone in difficoltà italiane, che insieme hanno imparato a coltivare, produrre e allo stesso tempo a diventare parte del territorio. Da qui nascono vini, cerali, nocciole e succhi di frutta.

Proprio quei prodotti che vengono richiamati in molti discorsi da parte di politici e leoni da tastiera, per ricordare le “nostre tradizioni”. La piemontesissima barbera o la rinomata nocciola tonda gentile, ma non solo, oggi sono il vero ponte per comprendersi e scoprire che a volte un bicchiere di vino “alla senegalese” può spazzare via fiumi di hashtag ignoranti e retrogradi.