by Fabio Ferrari

Il DC Extended Universe non ha mai avuto vita facile. Mentre la Marvel ottiene uno straordinario successo sia di critica che di pubblico con il suo universo condiviso, la DC fin dall’inizio, nonostante gli ottimi incassi, si è beccata sonore pernacchie. Tutto è iniziato con L’uomo d’acciaio, giudicato dai più una “baracconata” eccessivamente dark. Si è continuato con Batman v Superman: Dawn of Justice, vittima di una shitstorm a mio parere esagerata. Infine è stata poi la volta di Suicide Squad, film godibile a mente spenta, ma obiettivamente il peggior prodotto del DCEU finora.

Nel ricercare le cause di questo insuccesso, molti puntano il dito sull’eccessiva cupezza delle pellicole o sulla regia di Zack Snyder (autore delle prime due, ma modello anche per le altre). In realtà i casi di Batman v Superman e Suicide Squad hanno messo in luce quello che ritengo essere il peggior problema del DCEU: l’influenza dei produttori. Entrambi i film sono stati infatti vittime di tagli e rimontaggi imposti dai pezzi grossi, che ne hanno compromesso il risultato finale. Non sarà un caso che quella che è considerata la miglior pellicola di questo franchise, Wonder Woman, è anche quella in cui l’intervento dei produttori è stato minimo.

Purtroppo con Justice League si è tornati a una produzione travagliata. L’abbandono, in piena post-produzione, di Zack Snyder a causa di un lutto familiare ha infatti spianato la strada a Joss Whedon, chiamato non solo a completare il film, ma anche a supervisionare un’intensa fase di reshooting volta ad alleggerire i toni. Come se ciò non bastasse, a poche settimane dall’uscita si è saputo che i produttori avevano (di nuovo!) imposto dei tagli per ottenere una durata di appena due ore. Una decisione, presa per questioni puramente economiche – minore è la durata di un film, maggiore il numero degli spettacoli – che ha sollevato qualche polemica e perplessità. Il risultato, come era prevedibile, è un cinecomic con molti problemi.

Durante la visione di Justice League è impossibile non notare la mancanza di grosse porzioni di film. I tagli fortunatamente non compromettono troppo la trama principale (a differenza di quanto accaduto con Dawn of Justice), tuttavia a farne le spese è il ritmo. Tutto appare eccessivamente affrettato, gli attimi di respiro sono ben pochi e svolte narrative che avrebbero meritato maggiore approfondimento vengono liquidate in pochi minuti. Anche le scene d’azione, seppur notevoli, appaiono vergognosamente ridotte.

L’apporto di Whedon si sente, e anche tanto. Nessun problema, direte voi, in fondo è la stessa persona che ha firmato l’ottimo The Avengers. Peccato che il suo stile sia troppo diverso da quello di Snyder e pertanto stoni con l’atmosfera generale. L’esempio più lampante è nell’umorismo tipicamente whedoniano, che non sempre si amalgama bene con il resto. Anzi, la maggior parte delle battute oscilla tra il semplice fuori luogo e il vero e proprio ridicolo. Una bella batosta per un autore che ha sempre fatto dei dialoghi e dell’ironia il suo cavallo di battaglia, ma che qui può benissimo aver realizzato il suo peggior lavoro dai tempi di Alien: la clonazione.

Aggiungiamo pure il fatto che numerosi particolari (tagli di capelli, inquadrature differenti, CGI posticcia) rendono le sequenze derivate dai reshoots facilmente distinguibili dalle riprese originali. Ciò che viene fuori è quello che già tanti hanno definito un “mostro di Frankenstein”, un film frutto di un taglia-e-cuci sconsiderato che unisce in malo modo due opposte visioni comprimendole a forza in soli 120 minuti.

In tutto questo, le parti migliori sono senza dubbio quelle firmate da Snyder in persona, a cominciare dal bellissimo prologo che, sulle note di Everybody Knows di Sigrid, ci mostra efficacemente un mondo afflitto dalla morte di Superman, dove dominano paura e disperazione. Purtroppo l’influenza dell’unico regista accreditato paradossalmente diminuisce man mano che il film prosegue. E così il tema della speranza incarnata da Superman, cuore dell’ideale trilogia iniziata con L’uomo d’acciaio e Batman v Superman e che qui avrebbe dovuto raggiungere il suo culmine, viene drasticamente ridotto a favore del puro divertimento. Soprattutto nel finale, che tra l’altro sembra quasi una brutta copia del terzo atto di Avengers: Age of Ultron.

Dove invece Justice League centra l’obiettivo è nel cast. Se Ben Affleck si riconferma un ottimo Batman (e un ancora più convincente Bruce Wayne), Gal Gadot è semplicemente perfetta nel ruolo di Wonder Woman. Oserei dire che è l’elemento migliore della pellicola, il vero collante che tiene insieme questo universo cinematografico. Tra i due vi è una chimica stupenda, che rende molto credibile quella “tensione sessuale” aggiunta nei reshoots, forse il miglior contributo di Whedon al film. Anche se non mancano le cadute di stile (“Puoi travestirti da pipistrello, non ti farò causa”… sigh).

Da parte sua, Henry Cavill dà finalmente corpo a un Superman più solare e ottimista rispetto alle pellicole precedenti, il che farà felici molti fan. Non che il modo in cui è gestito il personaggio sia esente da critiche, e non mi riferisco solo ai famosi baffi cancellati digitalmente (con effetti talvolta comici). A non convincermi sono stati soprattutto il modo un po’ sbrigativo in cui è stata affrontata la sua resurrezione, nonché l’eccessiva leggerezza che lo caratterizza nell’ultima parte del film.

Tra le new entry a spiccare è l’Aquaman di Jason Momoa. L’attore hawaiiano riesce nell’intento di prendere un personaggio considerato da sempre uno sfigato e renderlo un assoluto badass. Con quel suo fare cazzuto, ma sempre divertito, Momoa è semplicemente irresistibile e ogni volta che compare ruba la scena a tutti. Accettabile anche il Cyborg di Ray Fisher, anche se avrebbe meritato più spazio. Più incerto invece il giudizio su Ezra Miller, dato che nei panni di Flash oscilla tra il simpatico e l’irritante. Rimane comunque protagonista di alcune delle scene migliori del film. In generale si può dire che la squadra funziona e l’alchimia che si crea tra i protagonisti è forte e palpabile.

Non pervenuta la colonna sonora di Danny Elfman. Blanda, anonima e molto anacronistica, la soundtrack di Justice League sarebbe potuta andare bene se il film fosse uscito negli anni ’90 e fosse stato diretto da Tim Burton. Incomprensibile poi la scelta di Elfman di “riesumare” il suo vecchio tema di Batman e quello classico di Superman, quando il DCEU presenta già dei nuovi, stupendi e ben più adatti motivi da utilizzare. Fatto sta che si sente la mancanza sia di Hans Zimmer che di Junkie XL(quest’ultimo licenziato dopo l’abbandono di Snyder).

In definitiva Justice League è stato una mezza delusione. Il primo film corale sui supereroi DC aveva tutte le carte in regola per essere un evento, ma la stupidità dei produttori, preoccupati più di far cassa che di proporre un’esperienza cinematografica memorabile, l’ha in gran parte rovinato. Le pellicole precedenti, e Dawn of Justice in particolare, erano imperfette, ma decisamente più ambiziose. Justice League invece – o meglio, questa versione di Justice League – è solo un filmetto che si limita a proporre (malamente) al pubblico un’avventura sintetica, lineare e banalotta, in cui è il divertimento formato famiglia a far da padrone.

Certo, sono sicuro che a molti piacerà. Già c’è chi lo difende e io stesso mentirei se dicessi che in fin dei conti non mi ha intrattenuto. Resta però il dispiacere di aver visto un film che poteva essere molto di più, ma che alla fine non lo è stato. L’unica a questo punto è sperare che la Warner, come già nel caso di Batman v Superman, distribuisca in futuro una director’s cut che restituisca finalmente dignità alla visione di Snyder. Già c’è una petizione che la richiede, e questo deve pur significare qualcosa…



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