Panorama di Vignole (foto da Wikipedia)

I sindaci non si fidano degli impegni verbali del centrodestra al governo della Regione e fanno ricorso al Tar del Lazio per salvare scuole e servizi legati alla montanità. I Comuni di Lerma, Carrosio, Stazzano, Vignole Borbera, Cartosio, Montechiaro d’Acqui, Avolasca, Casasco, Costa Vescovato, Momperone, Monleale, Montegioco, Montemarzino e Pozzol Groppo hanno impugnato gli atti della presidenza del Consiglio sulla classificazione dei Comuni montani in base alla nuova Legge sulla montagna voluta dal ministro Roberto Calderoli (Lega per Salvini). I 14 paesi sono infatti stati esclusi dalla montanità e perderanno i fondi statali per i medici, le imprese, la manutenzione del territorio e le deroghe sul numero minimo degli alunni nelle scuole, a rischio chiusura.

A marzo gli stessi sindaci avevano incontrato gli amministratori regionali ad Alessandria, nella del Consiglio provinciale. Si erano detti rassicurati dalle parole degli assessori Marco Gallo ed Enrico Bussalino sulla definizione da parte della Regione di “un elenco di Comuni che in passato facevano parte delle Comunità montane oltre a quelli presenti della classificazione Calderoli“. La Regione aveva inoltre assicurato che avrebbe tenuto conto della marginalità territoriale, cioè della carenza di servizi, in particolare per le scuole.

“Vogliamo costruire – avevano detto – un quadro normativo chiaro che consenta di sostenere concretamente le unioni montane, tutelando servizi fondamentali come la scuola e assicurando una distribuzione equa delle risorse”.

I sindaci hanno però deciso di rivolgersi al Tar del Lazio proprio perché una norma regionale in tal senso non c’è e quindi non c’è alcuna garanzia per i loro Comuni, al momento.

Oltretutto, la legge Calderoli ha fatto diventare montani realtà come Cuneo e, sul territorio alessandrino, Arquata Scrivia, tutt’altro che carenti di servizi, lasciando fuori quasi tutta la Val Curone, per esempio, già vittima dello spopolamento.