by Federico Asborno

IL TRIBUTO A UN GIGANTE CHE TUTTO IL MONDO CI INVIDIA, MA CHE HA LA STESSA POPOLARITÀ DEL CONGIUNTIVO: LUCIO FULCI, IL TERRORISTA DEI GENERI, IL POETA DEL MACABRO.

 

Lucio Fulci

Fulci è un maestro. Comincio così, senza mezze parole, così com’era lui. Fulci appartiene a quella cricca di registi che con il loro lavoro hanno rivoluzionato non uno, ma vari generi: dalle commedie con Franco e Ciccio, al poliziottesco all’italiana, al thriller, all’horror-splatter, ovviamente (ah, ha lanciato anche Celentano, ma su questo – perdonatemi – vorrei calare un pietosissimo velo).

Il fatto che sia considerato come il grande rivale di Dario Argento dovrebbe farvi capire che non stiamo parlando di un registucolo come gli altri. Famosissima la storia di come, dopo aver subito una delusione d’amore, si fosse iscritto al CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia) il cui presidente di commissione era un certo Luchino Visconti. Bene, Fulci in sede d’esame lo sputtanò completamente, svelando tutte le inquadrature rubate da Jean Renoir per realizzare Ossessione.

Capito che personaggino questo Fulci? Uno di quelli che non le manda di certo a dire, così come con i suoi attori: o lo amavano o lo odiavano, perché con lui era così. Sono famose anche le storie delle varie attrici da lui costrette a stare nell’acqua per ore fino a farsi venire delle irritazioni alla pelle, oppure costrette a ingurgitare organi interni di capra per fare la scena splatter al meglio. Esatto: un’esimia testa di cazzo, ma una di quelle di buon cuore, per la carità.

La filmografia di Fulci è sterminata, impossibile da abbracciare in un articolo, pertanto ho deciso di limitarmi a ciò per cui è più famoso: l’horror-splatter. Ecco, cominciamo a dire che – alla fin fine – gli horror-horror di Fulci non sono poi tantissimi: i maggiori sono Zombie 2 (1979), Paura nella città dei morti viventi (1980), …e tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981), Quella villa accanto al cimitero(1981)Black cat (1981), Lo squartatore di New York (1982), Manhattan baby (1982). Punto. Sette film (a cui va aggiunto qualche altro horrorino minore come Aenigma e Demonia). Sette film tra l’altro scritti e girati SOLO nel periodo tra ’79 e ’82.

Ma vi rendete conto cosa voglia dire girare sette film in tre anni a quei tempi?

Attenzione però, perché ho sì detto che Fulci è uno di quei registi prolifici come una coppia di conigli infoiati, ma non perché fosse colto da chissà quale crisi mistico-artistica: il cinema era il suo sostentamento, col cinema lui ci portava la minestra in tavola.

Perché insisto tanto su questo punto? Perché Fulci non aveva né tempo né soldi da perdere: i suoi film li girava quasi sempre con il “buona la prima”. Non stava a perdere metri di pellicola (che costava eccome) per colpa dell’attricetta svenevole che aveva bisogno della boccetta di sali sotto il naso quando le girava la testa. Ecco allora che rivedere questi film alla luce di ciò – cioè che molto spesso le sequenze venivano girate così, come venivano – non fa che aumentarne il pregio.

Prendiamo Zombie 2: dopo che Joe D’Amato lo chiamò alla direzione al posto di Enzo Castellari, il nostro Fulcione mise in piedi un fake-sequel di Zombi di George Romero, insistendo, invece che sul lato politico, su quello horror-splatter, dando vita alla figura di zombie sfattissimo come lo immaginiamo noi oggi. Il film ha un non so che di artigianale, di casalingo, ma è proprio questo il bello. Non avendo a disposizione le grandi produzioni hollywoodiane il nostro regista riesce comunque, grazie alla propria maestria, all’inventiva e al lavoro di effettisti come Giannetto De Rossi, a restituire il macabro, il sanguinolento, ma anche l’ansia, il senso di paura/delirio puramente lovecraftiana.

Questo è cartone che buca gomma, signori. Cartone che buca gomma.

LA TRILOGIA DELLA MORTE: PAURA NELLA CITTÀ DEI MORTI VIVENTI, …E TU VIVRAI NEL TERRORE! L’ALDILÀ, QUELLA VILLA ACCANTO AL CIMITERO


 

Se parliamo di horror e parliamo di Fulci stiamo parlando (oltre che di Zombie 2) della trilogia della Morte (una di quelle definizioni delle palle, come Trilogia degli Animali, che fa semplicemente figo ripetere). Ho rivisto di recente questi film prima di parlarne, e la cosa che mi sconvolge di più è il fatto di non sapere da dove iniziare.

Come fa Fulci a fare paura? Col sangue? No, o meglio non solo. Con i jump-scares? Non scherziamo…

Howard Phillips Lovecraft

Fulci trasmette inquietudine utilizzando un trucco che aveva sperimentato un certo Howard Phillips Lovecraft, uno dei padri fondatori dell’horror come lo conosciamo oggi, cioè sospendere le capacità cognitive del personaggio in cui lo spettatore si immedesima. Far sì che le leggi della razionalità, della società, del buon senso, della logica svaniscano e tutto vacilli su confini di follia.

I mostri (zombie-spiriti-demoni) di Fulci sono inspiegabili, non hanno motivazioni che li muovono. Non hanno alcuna umanità. Sono mostri che uccidono in modi tremendi (in fondo all’articolo avete una piccola chicca audiovisiva solo per stomaci forti), mentre i personaggi fondamentalmente non capiscono nulla.

L’horror di Fulci è tanto simile a quello di Lovecraft (n.d.a. Paura nella città dei morti viventi è ambientato a Dunwich, avete presente?) perché punta tutto sul fatto che lo schema mentale umano non possa concepire un orrore tanto grande e di conseguenza i personaggi impazziscono. Specialmente i film della trilogia della Morte sono tutti giocati sulla non linearità della trama, che è solo un pretesto per mettere in scena un orrore suggestivo, strisciante e che non usa l’ellissi manco per il cazzo: Fulci ti mostra tutto, ma tutto tutto, fino all’ultimo villo intestinale. E questo non per quella naturale tensione alla “bassa macelleria” che gli imputavano i critici italiani (sia democristiani che comunisti), ma perché il nostro Fulcione è sempre stato convinto che l’orrore dovesse essere mostrato con tutta la crudeltà possibile per scioccare lo spettatore.

Stiamo parlando di un signore che ha rivoluzionato tutto il rivoluzionabile, che riusciva a spaventare non con una C(omputer)G(enerated)I(magery) del cazzo, alzando il volume di botto, oppure facendo saltare fuori la solita faccia brutta alle spalle del protagonista, ma costruendo scenari da incubo semplicemente con la macchina da presa e l’ingegno degli effetti pongosi che utilizzava. Ingegno, macchina da presa, gusto estetico: la base del cinema vero, autentico e non avvelenato da tutto lo schifo finto che ci ficcano in gola oggi.

Viva Lucio Fulci, viva un certo tipo di cinema per cui il pubblico aveva ancora lo stomaco.

ATTENZIONE! SCENE PARECCHIO FORTI. ASTENERSI FAN DI MICHAEL BAY.



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