La saga di Resident Evil è forse il più grande guilty pleasure della storia del cinema, più di Transformers e Fast & Furious. Nonostante le numerose critiche negative e la loro oggettiva bruttezza, i film di questa serie a base di zombie hanno raccolto un gran stuolo di appassionati, sia tra i fan del videogioco da cui sono tratti (e da cui, tra l’altro, riprendono pochissimo) sia tra gli spettatori occasionali.

Il che si è tradotto in ottimi incassi – non tanto in termini assoluti, quanto in relazione ai budget tendenzialmente bassi – che hanno reso Resident Evil l’unica vera saga di successo tra quelle basate su videogames (nonché la sola ad essere andata oltre il secondo episodio).

Personalmente non sono mai stato un grande fan del brand (né gioco né film), tant’è che quando il primo episodio uscì nel lontano 2002, mentre tutti i miei coetanei si riversavano nelle sale, io non lo cagai nemmeno di striscio. Solo qualche anno più tardi li recuperai tutti, spinto dalla curiosità.

Ad oggi ritengo che la pellicola originale sia uno dei migliori film tratti da un videogioco di sempre, nonché un buon mix di horror e azione, tamarro al punto giusto senza rinunciare a un po’ di tensione; Apocalypse ed Extinction invece li considero dei discreti e ignorantissimi B-movie con pregi e difetti; mentre Afterlife e Retribution sono semplicemente delle cagate allucinanti.

Alla notizia che il sesto capitolo sarebbe stato (forse) l’ultimo, la mia reazione è stata più o meno: “FINALMENTE!”. Era ora che scrivessero la parola “fine” a questa saga durata fin troppo e peggiorata di episodio in episodio. Anche se ammetto che una parte di me sperava che Paul W.S. Anderson, l’uomo dietro la serie, per l’ultimo atto si svegliasse un po’, imparasse dai suoi errori e si sforzasse di chiudere in bellezza, magari tornando ai fasti dell’originale. Naturalmente sono stato un ingenuo.

Ma partiamo dalla trama. Una volta terminato il solito riassuntone a suon di Il mio nome è Alice e questa è la mia storia…, il film riprende da dove era finito il precedente. Alice (Milla Jovovich), dopo essere stata portata a Washington da Albert Wesker (Shawn Roberts), sfugge a un tentativo d’assassinio organizzato da Wesker stesso, ma da cui nessun altro degli eroi visti in Retribution parrebbe salvarsi. Dico “parrebbe” perché ovviamente il film non ci mostra questa parte, ma la relega off-screen. In questo modo possiamo dire addio a tutti i vari Leon S. Kennedy, Ada Wong e Jill Valentine, senza neanche la soddisfazione di vederli un’ultima volta. Che fine fanno? Non si sa. Ma andiamo avanti.

Alice

Solo un’altra giornata all’Inferno…

La nostra eroina, vagando tra le macerie della capitale americana, viene contattata dalla Regina Rossa, l’intelligenza artificiale vista nel primo capitolo e modellata sulle fattezze della figlia del creatore del Virus-T (responsabile dell’epidemia zombie). Ribellatasi alla Umbrella Corporation, questa rivela ad Alice l’esistenza di un antivirus aereo che si trova proprio nell’Alveare, ovvero la struttura della compagnia localizzata sotto Raccoon City (nuclearizzata al termine di Apocalypse). Però la suddetta cura deve essere diffusa entro 48 ore, poiché questo è il tempo che manca prima che gli ultimi umani superstiti – poco più di 4000, secondo i suoi calcoli – vengano infettati. Ammazza, che precisione!

“Vi sono mancato?”

Alice allora si mette in cammino, ma cade in una trappola e viene catturata dal dottor Isaacs (Iain Glen), creduto morto alla fine di Extinction. Si scopre così che quello del terzo film era solo un clone: classica trovata da film di serie Z degli anni ’70 (o da soap opera, fate voi). L’Isaacs attuale è invece (presumibilmente) l’originale, che da scienziato si è trasformato in una sorta di predicatore nazi-cristiano che considera l’apocalisse zombie una sorta di diluvio universale che purificherà la Terra, in vista di un ripopolamento destinato a particolari eletti. Insomma, il solito pazzoide da film post-apocalittico.

La nostra eroina riesce a scappare e a raggiungere la città, ma qui cade in una trappola (di nuovo!) e viene presa da alcuni superstiti, tra cui la sua vecchia amica Claire Redfield (Ali Larter). E il fratello Chris che fine ha fatto? Boh, non si sa. Comunque bastano cinque (anzi, due) minuti di spiegazione e Alice riesce a fare amicizia con tutti. Insieme decidono di assaltare l’Alveare e portare a termine la missione, ma…

Vabbè, forse è meglio se mi fermo qui, altrimenti rischio di spoilerare troppo. Ma già a questo punto dovreste aver capito di che genere di film sto parlando. La sceneggiatura è ovviamente costellata di buchi grossi come groviera, le incongruenze con i capitoli precedenti sono innumerevoli e, peggio ancora, tutti gli eventi della storia si sviluppano in maniera fin troppo affrettata, come se il buon Anderson fosse impaziente di arrivare alla conclusione nel minor tempo possibile, eliminando tutto ciò che secondo lui è superfluo e concentrandosi sul minimo essenziale. Inutile dire che la decisione è pessima e a farne le spese sono soprattutto i personaggi secondari, la cui caratterizzazione è pressoché assente e la presenza limitata: alcuni addirittura compaiono in scena dal nulla per poi sparire dopo pochi minuti.

Alice e le sue “magliette rosse”

Ma tutto questo è niente in confronto al comparto tecnico.

La prima cosa che mi è venuta da pensare dopo la visione del film – ma anche durante – è stata: “QUALCUNO SPARI AL MONTATORE!!”. Sì, perché posso anche chiudere un occhio su tutti gli strafalcioni della sceneggiatura (dopotutto cosa posso aspettarmi da Resident Evil?), ma pretendo almeno di riuscire a seguire le scene del film in maniera chiara. Cosa che in questa pellicola non succede quasi mai, visto che il montaggio è talmente frenetico che sembra essere stato concepito apposta per far venire un attacco epilettico.

Lo si nota principalmente nelle scene d’azione, che sarebbero anche ben coreografate, ma sono impossibili da seguire senza farsi venire la nausea: tra successioni di 10 inquadrature al secondo (se non di più), riprese eccessivamente mosse, movimenti di macchina continui e fastidiosi e una fotografia scurissima, tutto è talmente confuso che lo spettatore non può non sentirsi stordito. La cosa che mi lascia più perplesso è che il film dovrebbe essere fruibile in 3D, ma mi chiedo come sia possibile guardare in quel formato una pellicola del genere. Se solo ci provassi mi verrebbe il mal di testa!

Se non vi viene l’emicrania dopo questa scena vi offro una birra

A questo punto la domanda sorge spontanea: nel marasma generale qualcosa di salvabile c’è? Beh, potremmo cominciare dagli attori. No, non sto dicendo che in The Final Chapter ci siano interpretazioni da Oscar, tutt’altro, ma, considerato il resto, va dato atto a queste persone di aver almeno provato a dare il meglio che potevano con quel poco che era loro concesso (specialmente nel caso di Iain Glen).

I problemi qui nascono dalla già accennata cattiva gestione dei personaggi. Per esempio, che senso ha far tornare Claire Redfield se poi la sua presenza è inutile ai fini della trama (toglietela e la storia non cambierà)? Oppure perché Wesker è ridotto a una macchietta, nonostante fosse il cattivo principale degli ultimi due film? Ancora, con che criterio chiami un’attrice emergente come Ruby Rose per farla apparire in tutto dieci minuti senza darle neanche un briciolo di spessore (di lei si dice solo che è una brava meccanica grazie agli insegnamenti del padre: un cliché che più cliché non si può)?

Un discorso a parte merita Milla Jovovich, vera anima di Resident Evil, senza la quale probabilmente nessuno vedrebbe queste pellicole. E non mi riferisco solo alla sua bellezza. Attrice dalle doti recitative non esattamente rinomate, compensa la sua scarsa espressività con una “cazzutaggine” fuori dal comune, roba che Dominic Toretto può accompagnare solo.

Alice

“Il mio nome è Alice e vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta…”

Di fatto il suo è un personaggio così impavido e determinato che lo spettatore non può non rimanerne affascinato. Inoltre in questo capitolo è al centro di un plot twist che costituisce una delle poche intuizioni interessanti partorite da Anderson. Avete presente quando, ogni volta che usciva un film della saga, il regista prometteva rivelazioni sconvolgenti sul passato di Alice? Ricordate anche che puntualmente non accadeva nulla del genere? Beh, qui finalmente succede! Non vi anticipo niente, ma il colpo di scena è piuttosto sconvolgente (seppur un po’ citofonato).

Un altro aspetto che ho apprezzato è stato senz’altro constatare che l’uso della CGI è stato ridotto rispetto ad Afterlife e Retribution (immagino anche per via del budget più contenuto). Si è quindi evitato – il più delle volte almeno – il rischio di effetti digitali brutti che aveva minato i predecessori. Al contrario si è puntato molto su un buon make-up e su set reali che, benché modesti, restituiscono appieno l’atmosfera di un mondo post-apocalittico. Ottime anche le musiche di Paul Haslinger, a metà tra il metal e l’elettronico.

Rara foto di Milla Jovovich inseguita dai fan che chiedono il rimborso del biglietto

Purtroppo tutto ciò non basta a redimere un film sbagliato su quasi tutti i punti di vista. Sebbene la “trama” (se così possiamo chiamarla) sia leggermente più interessante di quella degli ultimi due Resident Evil e non manchi di qualche sporadico spunto di riflessione, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e non coinvolge, mentre la regia svogliata e il montaggio a dir poco confusionario rendono insostenibile la visione (fallendo clamorosamente dove le altre pellicole erano parzialmente riuscite). E benché il finale non escluda la possibilità di una continuazione degli eventi, io spero con tutto il cuore che questo sia davvero il Final Chapter

Fabio Ferrari

 



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