by Federico Asborno

Ve l’avevamo già detto nella nostra recensione che quello firmato nel 2015 da J.J. Abrams non sarebbe stato solo Il risveglio della Forza, ma il nostro Risveglio della Forza. Nostro di chi? Ma di noi nuove generazioni, ovviamente, coloro i quali non c’erano negli anni ’70 e forse nei primi anni Duemila erano troppo piccoli per capire, per distinguere una trilogia dall’altra, o anche solo per andarsi a ordinare un gin tonic al bar. Che voi direte, ma in questo momento sopporterei anche Jar Jar Binks se mi servisse un ottimo gin tonic…

Il punto del film di Rian Johnson è proprio questo in fondo… no, non il gin tonic, ma la nuova generazione, tanto di spettatori quanto di personaggi, una generazione che vuole (deve?) chiudere i conti col passato. Per cominciare ad apprezzare veramente questa nuova stagione delle guerre stellari bisogna infatti mettersi in testa di considerare questa trilogia come autosufficiente, debitrice certo di un passato glorioso, ma da valutare in sé e per sé.

Mentre l’internet – come al solito – si frattura in due tronconi di scimmie urlatrici (“Capolavoro!”, “Putridume!”, “Nuova frontiera della Settima Arte”, “Cagata pazzesca!”) io mi colloco in una non affatto confortevole zona grigia: Gli ultimi Jedi mi è piaciuto, tanto, le emozioni mi hanno scosso al punto da farmi vibrare come un Nokia 3310 dei vecchi tempi (8.7 scala Richter), ma anche così tarantolato non posso non riconoscere che questo episodio VIII di difetti ne ha non pochi. Tra perle di trash involontario (vi dico solo Gravity, chi ha visto sa…) e gag spesso completamente fuori luogo possiamo dire senz’altro che questo umorismo piacione Marveldisneyano ha rotto le palle, o meglio, può starmi bene in franchise come Guardiani della Galassia o con personaggi gigioni come Iron Man, Spiderman, ma non con Star Wars. Attenzione, non sto dicendo che in questa saga non ci sia mai stato spazio per l’umorismo, ma in questo Gli ultimi Jedi a mio modo di vedere si è andato troppo oltre. Un conto è sorridere, un conto è ridere sguaiatamente. Ecco. No. Grazie.

Senza addentrarci nel marasma di spoiler (che mi tengo per la seconda parte) dico che, nonostante questi difetti conclamati, Gli ultimi Jedi resta uno dei capitoli migliori della saga. Gran merito di questo successo va ovviamente a Rian Johnson, regista con due palle quadre, che lascia da parte tutti quelli che, ne Il risveglio della Forza, i maliziosi avevano chiamato “plagi da Una nuova speranza” e i più perbenisti definivano “dovuti omaggi”. Il regista guarda invece non tanto al film di Abrams, ma al primo capitolo della Star Wars Anthology, ovvero quel capolavoro di Rogue One (di cui vi abbiamo già parlato), mescolando ingredienti quali pathos, epicità, personaggi in costante evoluzione, con tematiche come lo scontro tra tirannia e ribellione, l’ambivalenza dei personaggi sempre in zona grigia.

Prendiamo ad esempio la costante divisione manichea tra buoni e cattivi, ecco, Johnson ci sputa sopra, lo fa in una sequenza precisa, snobbando una delle grandi costanti di Star Wars. Come Rogue One, Gli ultimi Jedi è un film dai personaggi in chiaroscuro, sempre imprevedibili e vacillanti. Come già si evince dal trailer uno dei punti nodali è il parallelo tra la possibile redenzione di Kylo Ren e l’ipotetica corruzione di Rey: luce e ombra che si mischiano, lasciandoci nient’altro se non due ragazzi alle prese coi propri demoni e imperfetti, protagonisti assoluti di un film altrettanto imperfetto. Niente più Darth Sidious e Yoda: gli ultimi Jedi non sono più gli eroi di un tempo e devono fare i conti con la fine di una generazione che è anche la fine di un mondo.

Andate a vederlo ed emozionatevi dunque, perché pur con tutti i difetti che abbiamo evidenziato, il tentativo del regista di porre la lente d’ingrandimento sulla smitizzazione di alcuni personaggi è tremendamente coraggiosa, di più: è moderna. Dalle atmosfere colorate e ingenue di Episodio VII veniamo catapultati (grazie al fondamentale apporto di Rogue One) in un cunicolo oscuro popolato da personaggi spezzati, costretti a fare i conti con la fine rovinosa dell’epoca dei loro padri e delle macerie che si lasciano dietro e dalle quali sta nascendo qualcosa di nuovo, che piaccia o no.


LA PARTE SPOILER QUI INIZIA!

Se ancora il film visto non avete più tardi tornate…

Lanciandomi in un’analisi random delle questioni scottanti:

  • Inizio subito: “Yoda”, ragazzi. Non ce la facevo più a non parlarne. Quando ho visto quelle orecchie e quell’alone azzurrino mi è partito un poco virile singulto che si è subito trasformato in un frenetico sussulto del petto sotto la spinta di singhiozzi di gioia. Una delle sequenza più vivide (anche grazie alla resa grafica computerizzata finalmente degna), intense e simboliche non solo di un film, ma di una intera saga. E poi perdonate l’egocentrismo, ma per uno come il sottoscritto – come immagino per tutti quelli del settore – che per mestiere lo hanno sistemato a insegnare cose alla gente, è qualcosa di catartico sentire il Maestro dei Maestri che pronuncia la frase che presto mi tatuerò sul petto a caratteri cubitali: Noi siamo il terreno su cui loro crescono. Solo per questa battuta candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale e big feelz.

  • Spero abbiate capito che quando ho detto “Gravity” stavo parlando della scena in cui Leia vagante nello spazio ritorna nell’incrociatore con un invidiabile stile-Superman che risulta trashissimo e – sapendo la fine che ha fatto Carrie Fisher – vagamente macabro. Cioè, magari ci ho pensato solo io che sono una persona orribile, però non ho potuto farne a meno.
  • Yoda ti voglio come mental coach, ogni mia azione tu guida.
  • Tutta la storyline di Finn e Nagatomo (“Sessistaa! Razziista! Buuu! Trogloditaa! A testa in giù quelli come te!”) l’ho trovata vagamente (sarcasmo) lunga e inconcludente, se non per tutto il background sul senso della ribellione, ovvero sul fatto che il Primo Ordine stia strangolando la povera gente. Ecco, per quanto narrativamente poco efficace, la sequenza del pianeta-casinò è utile per far vedere come agisce il nuovo regime sul territorio, sulla miseria che genera e sull’oppressione che merita riscatto, così come Nagatomo, lotta per i tuoi diritti, Yuto.
  • Phasma e Hux inutilissimi e odiosissimi. Trovo insopportabile la loro mancanza di fede.
  • Interessante, poi, la crescita di Poe Dameron, il suo rapporto con Leia e il personaggio di Laura Dern (bravissima anche lei): nonostante lo stilema della testa calda di buon cuore sia praticamente nato insieme al cinema americano è una di quelle macchiette che funzionano meglio. E poi Oscar Isaac spacca, quindi bene così, gringo.
  • Voglio una mini-serie splatter con i Porg e i Minions che si pestano a sangue con accette e macheti.
  • Per quanto riguarda la morte (da stronzo) di Snoke mi ha lasciato sinceramente basito e – posso dirlo? – insoddisfatto per tre motivi:
  1. Ma quindi Snoke chi è? Perché ha formato il Primo Ordine? Come ha fatto a metterla in quel posto alla Repubblica? Da dove spunta? Chi lo ha istruito alle vie della Forza? Qual era il suo scopo finale?Perché proprio “Primo Ordine” e non “Libero stato di Bananas”?
  2. Dunque il “villain” (e se avete letto poco sopra sapete il perché delle virgolette) di Episodio IX sarà Kylo Ren?
  3. Io, sarò troppo vecchia maniera, ma un super duello finale Snoke VS tag team Kylo Rey (ah-ha!) lo volevo. Ecco, spero tanto che l’Episodio IX (tornato nelle mani di J.J.) ci dia queste risposte senza le quali la saga intera perderebbe eccome di spessore.

  • Il personaggio di Luke è semplicemente meraviglioso: tormentato, roso dal risentimento, disilluso, disgustato da se stesso e da ciò che rappresenta, riesce a trovare la sua redenzione finale in un coup de théâtre (erano ANNI che cercavo un contesto adatto a usare questa espressione) degno del più convinto dei “No, vabbè…”. Roba da stracciarsi le mutande di dosso e lanciarle verso lo schermo. L’ovazione e poi le lacrime per come se ne va, perso nel vento, destinato (suo malgrado) a rimanere nella leggenda. Grazie a Mark Hamill, alla sua barba hipster e a Luke Skywalker, che non smetterà mai di essere se stesso, con gli occhi tragicamente fissi sull’orizzonte, ma mai qui, nel presente (piango).

Come abbiamo visto dunque ci troviamo di fronte a un film imperfetto, che però fa della sua imperfezione la sua forza, perché lì sta il coraggio di Johnson a non aderire a modelli, cercando la propria strada che potrà piacere o no, ma non lascerà indifferenti. La saga, dopo questo Gli ultimi Jedi, assume ben altro spessore, sperando che il capitolo finale ci regali qualcosa di inaudito, che metta a tacere anche i soliti, imperterriti bastiancontrari ai quali fa sempre schifo tutto.

La verità sta nell’emozione che questo film regala, che c’è, è presente, così come i tanti sottotesti e il valore intrinseco di una storia che sarà anche puro intrattenimento, ma ci lascia tutte le volte come il bambino del finale: ad agitare una scopa verso il cielo stellato, sperando di vederla trasformarsi in una splendida spada laser.



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