by Lucia Baldassarri

[NO SPOILER]

Immaginatevi un attimo Moonrise Kingdom, aggiungeteci un pizzico del video di Sleep on the Floor, una bella manciata di tutti i film sui road trip e un’altra ancora più abbondante di disagio adolescenziale. Lasciatevi scappare un po’ troppo la mano su quest’ultimo ingrediente e avrete un’idea di cosa può essere The End of the F***ing World.

La serie The End of the F***ing World è stata prodotta e trasmessa per la prima volta da Channel 4, quelli che quando loro facevano la campagna promozionale di Skins con i vlog dei personaggi su YouTube e MySpace, noi guardavamo ancora l’ennesima replica di Dawson’s Creek – comunque attività degna di tutto rispetto e anzi, consigliata da praticare con regolarità. Quindi, ecco, già partiamo benissimo parlando di chi le serie tv le sa fare, e bene, e da parecchio.

Netflix ha fatto la mossa tattica di farla uscire l’ultimo fine settimana delle feste, e ha funzionato in pieno, considerato quanta gente se l’è divorata (mio record personale: un pomeriggio solo). Nel frattempo che io me la sono anche digerita, prima di scriverne per voi, hanno iniziato a fioccare recensioni entusiaste da tutte le parti – si sa, succede così quando arriva “la serie del momento“, anche se pare che le ultime uscite siano più o meno tutte le serie del momento. A me è piaciuta tantissimo, e quindi, amici, anche il MacGuffin ve la stra-consiglia.

The End of the F***ing World è la storia di James e Alyssa: lui (Alex Lawther) è taciturno, inquietante, si presenta dicendo “sono abbastanza sicuro di essere uno psicopatico”; lei (Jessica Barden) è la nuova arrivata a scuola, la outsider, la ragazza arrogante. Niente di particolarmente innovativo fin qui, se non vi dicessi (e non è uno spoiler) che James vuole uccidere Alyssa. Avendo fatto pratica su diversi animaletti fin da piccolo, decide di passare a un livello successivo misurandosi con un soggetto umano, qualcuno di interessante da uccidere – parole sue. Alyssa non ha la minima idea di quello a cui sta andando incontro quando propone a James di partire con lei – o meglio, visti i suoi modi, forse lo costringe.

La ragazza vuole ritrovare suo padre, da cui riceve solo un bigliettino di auguri per ogni compleanno; la sua unica finestra di affetto in famiglia è questa, perché la madre si è risposata, ha fatto altri figli, vive una vita meravigliosa che sembra uscita da una pubblicità anni ’90 di Ralph Lauren, in cui Alyssa, in maniera neanche troppo velata, è un elemento di disturbo e una stonatura. Le cose vanno ancora peggio per James, con un padre poco avvezzo al mestiere genitoriale e un trauma legato alla morte della madre.

Ma il freddo James e l’aggressiva Alyssa non sono semplicemente due adolescenti borderline da esperimento sociale: sono due ragazzi vulnerabili, danneggiati dall’abbandono, che all’abbandono reagiscono ciascuno a modo suo e per tentativi a errori. Se James dichiara di essere insensibile, di non provare alcuna emozione, Alyssa si fa vedere spavalda e fin troppo casual; e niente di tutto questo risulta mai pesante, anzi: proprio la componente più punk dello stile britannico riesce a colorare di humor(nero) anche momenti tesi e imbarazzanti, complice l’utilizzo del voice over dei due protagonisti che crea dei meravigliosi cortocircuiti fra pensieri e realtà – come nella scena in cui all’ennesima avance (una mano appoggiata sulla gamba), James pensa “credo che Alyssa sia una specie di ninfomane”.

Questo folle viaggio in The End of the F***ing World, che unisce i due grandi temi del road trip e dello scappare di casa, non filerà per niente liscio, e ci saranno complicazioni nel fare auto-avverare la profezia omicida di James. Succedono cose impreviste che ribaltano tutto e che costringono i due ragazzi a capire come salvarsi la pelle, vivendo alla giornata e tentando disperatamente di frenare un effetto domino di eventi più grandi di loro, per non finirne schiacciati a loro volta.

La storia (…il mondo? La vita?) prende il sopravvento sui suoi protagonisti, e con un andamento del genere The End of the F***ing World sembra quasi diviso in due parti, di cui la seconda potrebbe risultare a brevi tratti un po’ dispersiva e frettolosa, complice anche l’arrivo di altri personaggi e una sotto-trama poliziesca non sviluppata – ecco il perché della mezza stella mancante. Ma vi tranquillizzo, non è una sensazione così evidente durante la visione: i cliffhanger e i pochi episodi (8 in tutto e da circa 20 minuti l’uno) invitano a guardarla tutta insieme quasi fosse un film parecchio lungo, il ritmo è incalzante e la narrazione scorre che è un piacere; se pensate che è tratta da un graphic novel, non poteva essere altrimenti.

The End of the F***ing World non è Tredici, non c’è morale, nessuna espiazione: James e Alyssa sono letteralmente abbandonati a loro stessi, non sanno come relazionarsi eppure sono costretti a contare l’uno sull’altra quasi per forza, e tu spettatore non puoi fare niente per loro, se non schierarti dalla loro parte e sperare che si salvino in qualche modo – dagli eventi, dal mondo, dal grande casino che è l’adolescenza. Perché qui l’adolescenza non è mistificata per niente, non ci sono balli della scuola e cottarelle romantiche, c’è solo l’andare a tentoni in un mondo che non si conosce, con il rischio costante di essere portati fuori strada da paranoie, insicurezze, tempeste ormonali e fretta di crescere. Tutto questo con un sottofondo di paesaggi inglesi che si vestono da Route 66, gag al limite dell’assurdo, travestimenti, immancabili momenti “wtf” e l’accento del nord Inghilterra di Alyssa, ipnotico per quanto irritante. Nel bene e nel male, questa serie potrebbe essere veramente la fine del mondo.

Ciliegina su questa torta al veleno: una colonna sonora pazzesca, curata da Graham Coxon dei Blur, che è già la mia playlist giornaliera preferita su Spotify – ma tanto dopo aver visto la serie diventerà anche la vostra, no?



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