Un racconto lungo, ma sempre troppo corto, della storia della corsa ciclistica più importante dello Stivale

13 maggio 1909, ore 2:53 del mattino. Dovrebbe essere una notte come tante nella Milano di inizio secolo, un periodo che oggi ci appare così lontano: i giornali sono il mezzo più rapido per conoscere i fatti dal resto del mondo, l’Italia è un giovane Regno, Trieste fa parte dell’Austria – Ungheria, lentamente ci si avvia verso i primi contrasti internazionali che condurranno, cinque anni più tardi al primo conflitto mondiale.

In tutto questo nasce il primo Giro d’Italia, che quest’anno celebra la sua 100^ edizione (a causa delle interruzioni per le due guerre). Si parte da Milano, perché del capoluogo lombardo è originaria la Gazzetta dello Sport, il più noto trisettimale (all’epoca questa era la periodicità del giornale rosa) sportivo che precede di poco il Corriere della Sera, nel lancio dell’iniziativa. A sua volta, però l’ispirazione arriva dalla Francia, dove si correva già il Tour de France, dal 1903.

Il Giro, o “corsa rosa” per il colore della maglia del vincitore, che arriverà, però tempo dopo. L’idea venne in particolare al forlivese Tullo Morgagni, giornalista della “rosa” che alla fine batté sul tempo i cugini del Corriere i quali alla fine si rassegnarono ed anzi parteciparono nel mettere parte del montepremi finale.

1^ Tappa: la nascita del Giro

Quella prima edizione del Giro d’Italia era davvero pioneristica, tale rimarrà almeno fino agli anni Quaranta e Cinquanta. Strade sterrate, biciclette pesanti e senza cambio (che arriverà, ma inizialmente i ciclisti dovranno fermarsi e spostare manualmente la catena). Si partiva dunque da Milano, piazzale Loreto e fu un inizio che parve poco incoraggiante, visto che subito ci fu una caduta di gruppo. Particolare fu la gara di Gerbi, che era alla vigilia tra i favoriti, ma nell’occasione dovette partire con 3 ore di ritardo con una nuova bici e concluse da solo la tappa.

Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia nel 1909

I primi Giri furono davvero incredibili: nella prima edizione i corridori arrivarono fino a Napoli per poi risalire fino a Milano con tappe che sfioravano i 400 km. Alla fine si impose Luigi Ganna, lombardo soprannominato “Re del fango” per la sua resistenza a vento, pioggia e neve. A lui andarono poco più di 5.300 lire delle 25 mila destinate al vincitore del Giro. In quell’anno vinse, oltre alla corsa rosa, anche la Milano – Sanremo: furono i suoi unici trionfi, ma lo lanciarono nella storia del ciclismo tricolore.

In quel primo, storico, Giro, ci fu anche il tortonese Giovanni Cuniolo che vinse la sua prima e ultima tappa: da Bologna a Chieti per ben 378,5 km. Si specializzò nelle prove in linea dove fu ben tre volte campione italiano. Non solo, perché nel suo palmarés si contano anche un Giro di Lombardia e uno di Romagna.

Ben presto il ciclismo, grazie al Giro d’Italia divenne lo sport più popolare, che accompagnò gli italiani fino al primo conflitto mondiale dove tutto si interruppe, ma nel frattempo erano state introdotte alcune novità, come la classifica a tempo e non a punti, che rese subito più agguerrita la contesa.

2^ Tappa: arrivano i Campioni

Nel 1919 si ritornò sulle dissestate strade italiane, e fu subito chiaro che qualcosa era cambiato. Ad affacciarsi all’orizzonte arrivò un ragazzo di 23 anni, tale Costante Girardengo da Novi Ligure. Girardengo era un predestinato del ciclismo e vinse quel Giro post-bellico, duellando in particolare con Gaetano Belloni e Giovanni Brunero insieme ai quali si alternerà sul podio del Giro d’Italia. Girardengo vinse “solo” due Giri, ma si guadagnò il titolo di Campionissimo anche grazie ai suoi tre Giri del Piemonte, alle sei Milano – Sanremo e ai tre Giri di Lombardia, oltre a firmare ben nove vittorie nei campionati italiani su strada. Il soprannome di Campionissimo, però gli venne dato nel 1921, quando si aggiudicò le prime quattro tappe e sembrava pronto per vincere, ma nella tappa successiva, cadde scontrandosi con un avversario e dovette ritirarsi.

Costante Girardengo, il Campionissimo novese

A succedere a Girardengo come idolo delle folle fu senza dubbio Alfredo Binda. Nato a Cittiglio sul Lago Maggiore, Binda si aggiudicherà ben 4 edizioni in 5 anni del Giro, finché nel 1930 gli organizzatori gli chiederanno di non partecipare, pagandolo, perché con lui in gara, l’esito sarebbe stato scontato. Un anno dopo entrerà in vigore l’uso della “maglia rosa” da assegnare al leader della classifica. Effettivamente Binda troverà pochi rivali in grado di contendergli la palma di migliore italiano. Alla fine vincerà anche il quinto Giro d’Italia, e a fine carriera avrà vinto qualcosa come 41 tappe. Ah fu campione del mondo per tre volte…

Alfredo Binda è stato uno dei ciclisti più vincenti del Giro d’Italia: ben 5 le sue corse rosa vinte

L’altro rivale di Binda, dopo Girardengo, fu senza dubbio Learco Guerra, che si prenderà nel 1934 il Giro, mentre aveva già fatto proprie una Milano – Sanremo e un Giro di Lombardia. Fu così amato dalle persone che al ritorno dal Tour de France nel 1930, ricevette un assegno dai suoi compaesani con il quale potà comprarsi casa. Fu un fervente fascista della prima ora, nonché il primo a vestire la maglia rosa introdotta nel 1931. Morì a causa del morbo di Parkinson nel 1944.

3^ Tappa: Bartali o Coppi?

Già negli anni Trenta era nato un nuovo, vero idolo delle folle. Un toscano, soprannominato Gino il Pio per la sua devozione alla Madonna, si fece largo nella Legnano, squadra proprio di Guerra, il quale decise di appoggiare questa promessa del ciclismo. Nel 1936 Bartali si impose vincendo tre tappe del Giro che gli valsero la maglia rosa. In quello stesso anno, però morì suo fratello Giulio in un incidente durante una gara dilettantesca, e Bartali fu sul punto di lasciare.

Gino Bartali vinse il primo giro nel 1936 e nel 1946 quando aveva già 32 anni. Per lui anche il Tour de France nel 1948

Invece, per fortuna sua e di tutti noi proseguì e vinse anche l’anno successivo, guadagnandosi le credenziali per partecipare al Tour de France dove iniziò bene, ma una caduta lo costrinse a ritirarsi.  Si rifarà nel 1938 vincendo la corsa francese. Era iniziata comunque quella che pareva essere l’era di Bartali: nel ’39 e nel ’40 vinse due volte la Milano – Sanremo, arrivando da favorito al Giro di quell’anno. Proprio in quell’edizione della corsa rosa, si affacciò sul panorama nazionale, e non solo, un giovane proveniente dai colli tortonese, tale Fausto Coppi. Questi era cresciuto da una famiglia di agricoltori e vignaioli, e fin da ragazzo aveva iniziato a lavorare a Novi Ligue, facendo le consegne per una salumeria in bicicletta.

Il suo approdo al Giro d’Italia fu folgorante. Compagno di squadra di Bartali alla Legnano, contribuì a fargli vincere la Milano – Sanremo nel 1940, ma approdato al Giro, mise in mostra tutta la sua grazia e resistenza. In quel Giro, Bartali, che avrebbe dovuto concorrere per la maglia rosa, viene messo fuori gioco da una caduta che gli fa perdere oltre 5 minuti dallo stesso Coppi che a quel punto ha via libera e sfodera tutta la classe che ha, specie nelle tappe montane. Il 9 giugno, Coppi entra nella storia come più giovane vincitore del Giro a soli 20 anni. 

Fausto Coppi: l’Airone di Castellania

Da qui Coppi inizierà una parabola che, se la guerra non avesse interrotto, sarebbe potuta essere ancora più ampia. Per lui si rispolvererà il soprannome di Campionissimo, già dell’altro novese, Girardengo. Ma forse è l’Airone il nomignolo che meglio si si adatta. Coppi aveva un fisico leggero, gracile a vedersi, insomma non certo un Adone. Ma sulla bici il suo corpo si trasformava, sembrava fatto apposta per quella posa sempre in sforzo e in costante movimento. La sua cassa toracica, più ampia del normale, gli permetteva di esercitare sforzi notevoli, rimanendo lucido. Vincerà 5 giri come Binda, ma non solo perché stabilirà nel 1942 il nuovo record dell’ora senza essersi allenato, visto che l’Italia è in guerra e lui è a militare. Durante il conflitto sarà inviato in Africa dove verrà fatto prigioniero e liberato nel febbraio del 1945. D’altra parte Bartali aiuterà molti partigiani ed ebrei, tramite i suoi contatti con la Chiesa e la sua notorietà che gli farà da lasciapassare di fronte ai tanti blocchi stradali.

Nel dopoguerra la rivalità fra i due si accende, gli italiani seguono il Giro che ridà loro gioia e voglia di partecipare. In questo la corsa rosa sarà fondamentale nel risollevare il morale di una nazione in ginocchio dopo mesi di bombardamenti e mancanza dei beni di prima necessità.

La rivalità fra Coppi e Bartali accese il secondo dopoguerra e fu un importante fattore nella ricostruzione della società italiana

Quando si torna a correre Bartali ha perso la palma di favorito, ora l’idolo delle folle è l’Airone di Castellania, quel Coppi che, cinque anni più giovane, fa sognare le folle. Ma nel 1946 Bartali torna vincere a 32 anni il Giro, vincendo il duello con il nemico-amico. L’anno dopo i due si scambiarono i ruoli con Coppi a vincere la corsa rosa e Bartali a prendersi la terza Milano-Sanremo.

Insomma i due saranno fondamentali non solo per lo sport, ma per la società italiana. Storica è l’impresa di Bartali nel 1948 quando Palmiro Togliatti, colpito da un fascista, rischiò la vita e l’Italia si ritovò sull’orlo di una nuova guerra civile. Bartali era in quei giorni al Tour de France e non pareva in grado di correre per la vittoria. A 34 anni e con una squadra costruita in fretta e furia, Bartali, però venne raggiunto da una telefonata di Alcide De Gasperi che gli chiese di vincere quel Tour per far calmare gli animi degli italiani. Il toscano allora compì l’impresa e recuperò oltre 20 minuti di distacco dal leader della gara, il francese Bobet.

L’anno dopo fu Coppi invece a far sognare l’Italia. Il Campionissimo comincia a marzo con il trionfo alla Milano – Sanremo. Al Giro d’Italia poi vince ancora compiendo alcune imprese sportive che rimarranno nella storia, come la fuga di ben 192 km nella tappa Cuneo – Pinerolo. In quell’occasione il giornalista Mario Ferretti disse la famosa frase: “Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”. A completare l’anno memorabile, il ciclista piemontese vincerà, all’esordio anche il Tour de France in un duello con il compagno di squadra Bartali.  Coppi vincerà ancora Giro e Tour nel 1952, fino a che nel 1960, a quarant’anni, morirà per la malaria contratta in Africa. Si sarebbe dovuto ritirare proprio al termine di quella stagione.

4^ tappa: arrivano gli stranieri

Nel 1950 il Giro aveva visto il primo trionfo di uno straniero: lo svizzero Hugo Koblet. Un suo connazionale lo rivincerà nel 1954. Dal 1956, però, finita l’era d’oro dei campioni italiani, il Giro sarà terra di conquista per molti stranieri con l’arrivo di Jacques Anquetil, Charly Gaul e soprattutto dal 1968 di Eddy Merckx.

Eddy Merckx fu il dominatore negli anni ’60-’70 con 5 vittorie al Giro, l’unico a farlo come Binda e Coppi. Qui lo vediamo in lotta con Felice Gimondi

Il belga, soprannominato “Il Cannibale” per la sua fame di vittorie, conquistera in sette anni, 5 Giri, eguagliando Binda e Coppi come i più vincenti. L’unico che proverà ed in parte riuscirà a resistergli sarà Felice Gimondi che avrà la meglio nel ’67, nel ’69 e 1976 davanti a De Muynck e Moser che saranno protagonisti negli anni successivi.

Felice Gimondi nel 1967, quando vinse il suo primo (di tre) Giri d’Italia

D’altra parte il vero re del periodo 1968-1975 fu proprio il belga Merckx capace di vincere oltre ai 5 Giri, altrettanti Tour de France, una Vuelta di Spagna, cinque Liegi-Bastogne-Liegi, tre Parigi – Roubaix e ben sette Milano-Sanremo, oltre ad essere stato per 3 volte campione del mondo su strada.

5^ Tappa: nuovi dualismi e il declino del Giro

Moser e Saronni tornarono a proporre i dualismi al Giro, anche se non riuscirono ad essere veri padroni della corsa, insidiata dai tanti stranieri che si affacciavano nella corsa rosa

Se Gimondi cercò e in parte riuscì, a resistere all’attacco straniero di Merckx, De Muynck, Pettersson e Pollentier, nel 1979 si forma una nuova sfida tutta italiana, non al pari della Coppi-Bartali, ma che comunque farà riacquistare un po’ di interesse verso la corsa rosa. Saranno Giuseppe Saronni e Francesco Moser a richiamare l’attenzione sulle strade del Giro, con il primo che vincerà nel ’79 e poi nell’83 mentre Moser dovrà accontentarsi di alcuni piazzamenti fino al 1984.

Miguel Indurain dominò la scena ciclistica mondiale, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, centrando una doppietta nel ’92 e ’93

Fra i due si inserirà anche il francese Hinault che vincerà tre edizioni della corsa rosa. Con gli anni Ottanta, però il Giro perse notevolmente l’interesse acquisito dal grande pubblico e furono ancora molti stranieri ad imporsi, anche se mancò un vero leader fino agli anni Novanta quando a dominare la scena europea fu lo spagnolo Miguel Indurain che vinse due volte di fila il Giro e cinque il Tour (con le doppiette nel 1992 e 1993). Lo spagnolo, però si concentrò maggiormente sulla Grand Boucle, lasciando spazio libero ad altri ciclisti finché nel 1998 la passione tornò a travolgere i tifosi.

6^ Tappa: il Pirata

Nel 1994 un ragazzo di 24 anni di Cesena si mise in mostra piazzandosi a sopresa al secondo posto dietro a Evgenij Berzin. Si chiamava Marco Pantani, e si presentò in modo umile da una lunga gavetta riportando gli italiani a seguire le corsa rosa. Nel 1995 tornò come uno dei possibili vincitori al Giro, ma un incidente lo costrinse a un lungo periodo di stop forzato. Tornato a correre al Tour dove si ritirò, nell’ottobre di quell’anno venne investito da un’auto il che lo costrinse ancora a un periodo senza gare.

Marco Pantani vinse nel 1998 sia Giro che Tour, riportando l’attenzione degli italiani sul ciclismo dopo anni di risultati deludenti

Il grande salto avvenne nel 1997 quando dalla Carrera passò alla Mercatone Uno che puntò su di lui come uomo di punta. La sfortuna, però non lo abbandonò e nonostante una buona prestazione dovette ancora ritirarsi per una caduta procurata da un gatto che, attraversando la strada aveva causato una caduta di gruppo. Quell’anno comunque partecipò al Tour de France, dove colse un ottimo terzo posto sfoderando alcune impressionanti azioni sull’Alpe d’Huez.

Il 1998 è l’anno d’oro del Pirata che duello con Alex Zülle e Pavel Tonkov in spettacolari azioni di fuga e controfuga sui pendii italiani. Nonostante fosse in controllo, Pantani continuò ad attaccare e vinse sul Pian di Montecampione con una salita epica che esaltò tutti i tifosi e permise al Pirata di vincere la competizione. A luglio tornò al Tour dove iniziò molto male accumulando oltre 5 minuti sulla maglia gialla Jan Ullrich. Col proseguo della competizione, però il Pirata recuperò i minuti di distacco, fino alla tappa Grenoble – Les Deux Alpes che fece innamorare anche molti francesi di lui. A 50 km dall’arrivo, Pantani attaccò e nonostante le condizioni atmosferiche ai limiti del proibitivo inflisse al rivale tedesco oltre 8 minuti di distacco prendendosi la maglia gialla. Pantani tornò a vincere il Tour 33 anni dopo la vittoria di Gimondi.

L’anno dopo il Giro visse il suo momento più basso, con l’esclusione di Pantani che stava dominando la gara con oltre 5 minuti sugli inseguitori, ma a Madonna di Campiglio venne sospeso per il famoso ematocrito oltre il limite. La sua storia triste e ancora lungi dall’essere appianata, ma il Pirata non tornerà mai più come prima, morendo misteriosamente il giorno di San Valentino a Rimini.

7^ Tappa: gli anni 2000 degli italiani e del doping

Il ciclone Pantani gettò nuovemente l’ombra del doping sul mondo del ciclismo, emblematico il caso di Lance Armstrong che nei primi anni Duemila rappresentò prima un modello da seguire per la sua storia personale di battaglia (vinta) contro il cancro, salvo poi anni dopo confessare di avere fatto uso di doping e vedersi revocare ben 7 Tour.

Gilberto Simoni ha vinto due edizioni del Giro d’Italia

In quel periodo in cui la stella del Pirata si eclissava drammaticamente, a darsi battaglia sulle strade del Giro furono Ivan Gotti (che lo vinse nel 1997 e 1999) Stefano Garzelli, Paolo Savoldelli, Gilberto Simoni, Damiano Cunego e Ivan Basso. Ma ancora il ciclismo italiano non conosce pace. L’Operación Puerto nel 2006, travolge ancora il mondo delle due ruote (e non solo) con l’accusa a Eufemiano Fuentes e Manolo Sainz (il primo medico di diverse squadre, il secondo direttore sportivo della Liberty Seguros) di avere organizzato una serie di autoemotrasfusioni, la vendita di sostanze dopanti come l’Epo a decine di corridori. Alla fine saranno 58 i ciclisti coinvolti fra i quali Alberto Contador (a cui verrà successivamente revocato un Giro nel 2011), Michele Scarponi, Alejandro Valverde, Jan Ullrich, Ivan Basso e Mario Cipollini.

8^ Tappa: lo Squalo

Se il Giro d’Italia è arrivato fino a noi con un rinnovato entusiasmo lo si deve in fondo molto anche a lui: Vincenzo Nibali. Il messinese che arriva da lontano, da anni di gavetta nelle gare minori e che ha saputo aspettare il momento giusto per imporsi. Comincia nel 2010 quando arriva terzo al Giro d’Italia e vince la Vuelta. L’anno dopo sarà secondo e quello dopo ancora terzo al Tour. Nibali continuerà ad insistere, partecipando alle grandi classiche fino al 2013 quando finalmente vince la Tirreno – Adriatico, il Giro del Trentino e finalmente si aggiudica la corsa rosa con una splendida scalata alle Tre Cime di Lavaredo che risulterà decisiva ai fini della suta vittoria. L’anno dopo compie un altro capolavoro aggiudicandosi il Tour 16 anni dopo Marco Pantani, l’ultimo degli italiani. Così facendo entra nel Gotha del ciclismo come uno dei 6 corridori nella storia ad avere vinto almeno uno dei Grandi Giri (Tour, Giro e Vuelta). Nibali, però proprio nel momento di massimo splendore, rischia di cadere come altri grandi del ciclismo. Alla Grand Boucle dell’anno dopo non fornisce le prestazioni che ci si aspettava e per di più alcuni incidenti ne rallentano la ripresa.

Vincenzo Nibali, “Lo Squalo” è il detentore del Giro d’Italia, vinto anche nel 2013. Per lui anche un Tour e una Vuelta di Spagna

Tornerà a vincere nel 2015 al Giro di Lombardia, e l’anno dopo si ripresenta al Giro con tanta voglia di riscatto. Dato da molti come favorito di rito, ma in realtà con molti dubbi sulla sua forma, Nibali riesce a strappare la maglia rosa al colombiano Chaves nell’ultima tappa utile, quella del colle della Lombarda. Nibali sarà protagonista anche alle Olimpiadi di Rio, dove la sfortuna lo seguirà. A 11 km dall’arrivo il siciliano è in testa con altri due avversari, ma in una curva cade e si rompe la clavicola, abbandonando forzatamente così il sogno dell’oro olimpico.

9^ Tappa: il futuro del Giro

Il Giro d’Italia giunge quindi alla sua 100^ edizione. Ha rappresentato oltre un secolo di storia italiana, avvicinando la gente allo sport, unendo, ma anche dividendo i tifosi. Il ciclismo è uno sport particolare, fatto di fatica, preparazione e non può esimersi dall’essere vicino alle persone, al punto che il pubblico può vedere il sudore del proprio beniamino, sentire il respiro affannoso, aiutarlo nelle cadute, incitarlo da vicino e a volte perfino ostacolarlo involontariamente (ci sarebbe ben più di un aneddoto sul tema). Potrà anche partire da Belfast o dai Paesi Bassi, ma il Giro d’Italia che tanti vorrebbero stravolgere seguendo canoni più consoni al mercato odierno, rimarrà amato solo fintanto che sarà vero, con un uomo e la sua bicicletta, salendo e scendendo per questo Paese fatto di poche pianure, tante colline e montagne ripide come le piccole – grandi imprese che occupano le vite di tutti noi. Perciò: lunga vita al Giro!