17 giugno 1994 ore 11: la polizia di Los Angeles arriva presso lo studio degli avvocati Robert Kardashian e Robert Shapiro. Sono lì per arrestare un uomo accusato di avere ucciso Nicole Brown e Ronald Lyle Goldman. I due sono stati ammazzati in modo brutale: lei ha subito 12 coltellate, e ha la testa quasi mozzata; lui invece aveva subito 20 coltellate. Chiaro da subito che l’assassino ha voluto infierire sulla donna, una ex cameriera che nel 1985 aveva sposato un campione di football americano: Orenthal James Simpson, meglio noto come O.J. Simpson, suo ex marito.

Il caso di O.J. Simpson ha avuto una copertura mediatica mai vista fino a quel momento a causa soprattutto della fama mondiale che il sospettato aveva ed ha ancora. Tornando a quel 17 giugno, la polizia non trova Simpson, che è fuggito insieme ad un amico, Al Cowlings, altro grande ex campione di football americano. I due sono saliti sulla Ford Bronco di Cowlings e si sono dati alla fuga. Poco dopo la polizia annuncia, Shapiro e Kardashian annunciano che i due sono fuggitivi.

L’inseguimento è già parte del mito mediatico di questa vicenda. In quei momenti si stanno tenendo rispettivamente l’apertura dei Mondiali di Calcio americani, mentre Houston Rockets e New York Knicks si giocano gara 5 delle Finals Nba 1994. La fuga dei due finisce in tv, un lungo inseguimento che culmina con il dialogo in diretta fra l’agente Tom Lange e l’ex campione che aveva con sé una pistola. Precedentemente gli avvocati avevano espresso preoccupazione per la situazione psicologica di O.J. che aveva manifestato depressione e tendenze autodistruttive. Nel colloquio il detective prova a convincere Simpson a buttare l’arma e a non commettere un suicidio: “Pensa ai tuoi figli, a tua madre a tutti noi che ti amiamo” dice all’uomo nella Bronco, “Io amo Nicole, amo tutti” dice in risposta Simpson.

L’inseguimento si conclude davanti a casa di O.J. con attimi di pura tensione in cui O.J. non parla più e pare deciso a suicidarsi. Cowlings scese dall’auto, ma Simpson vi restò ancora per un’ora, fino a che non si arrese e si lasciò arrestare.

Ciò che avviene dopo è un processo che entra nella storia dei processi americani. Iniziato nel novembre di quello stesso anno, vide Simpson difeso da un gruppo di avvocati di altissimo livello, tanto da essere soprannominato “dream team”. Da un lato c’era l’accusa che puntava tutto sul carattere irascibile di O.J. noto per alcuni atti di maltrattamenti, tanto che Nicole, la vittima aveva scritto sul suo diario degli abusi di Simpson e ben 30 telefonate al 911. 

La difesa invece puntava tutto sulla possibilità di sfatare le credibilità delle prove, oltre ad utilizzare il tema razziale. Ad aiutare la causa di Simpson fu innanzitutto Mark Fuhrman, uno degli investigatori che seguiva il caso, che venne tacciato di razzismo. La difesa trovò alcuni nastri in cui Fuhrman si esprimeva in modo chiaro contro i neri. Ma ancor di più egli disse che “Quando c’è la colpevolezza, in qualche modo le prove saltano fuori”. Ora bisogna sapere che fu proprio Furhman a trovare un paio di guanti di pelle insanguinati sulla scena del delitto. Le sue parole, però insinuarono il dubbio che fosse stato proprio lui a inserirli fra le prove per incastrare Simpson.

Il grande colpo, una scena che rimane epica, fu un autogol della Procura che chiese a O.J. di infilarsi i guanti: questi non entravano. Ciò a causa dell’umidità e del sangue che nel frattempo si era ascigato restringendo la pelle. Non solo, infatti Simpson soffriva di artrite, e non prendendo il farmaco apposta perchè gli si ingrossassero le nocche.

Alla fine il dream team vinse scagionando Simpson, ma lasciando molto più che un dubbio su di essa.

I parenti delle vittime quindi decisero di intentare una causa civile, che non avrebbe comportato un’incarcerazione. La causa civile andò ben diversamente. L’accusa riuscì a recuperare una foto di O.J. con un paio di scarpe italiane, le stesse che l’assassino aveva lasciato sulla scena del delitto. In precedenza non vi erano state prove che collegassero quelle scarpe a O.J. ma ora tutto è diverso. La causa civile finisce con la condanna per Simpson al pagamento di ben 17 milioni di dollari alle famiglie delle vittime, oltre al pagamento di altri 25 milioni di dollari come risarcimento dei danni punitivi. In totale l’ex campione di football si ritrovò a dover pagare oltre 67 milioni.

La fine di O.J.  è di quelle miserabili, che non si sarebbe mai aspettato. La famiglia di Goldman chiede ed ottiene i diritti del libro che lo stesso Simpson scrive “If I did it” (Se l’ho fatto), e nel 2007, in piena crisi economica, viene arrestato mentre cerca di rapinare un uomo per riprendersi alcuni oggetti che gli appartenevano. Proprio quest’anno Simpson compirà 70 anni, e lo farà in carcere, anche se proprio dal 2017 potrà chiedere la libertà condizionata.

Negli anni si sono cercate anche altre spiegazioni per la morte di Nicole e Ronald. Una chiama in causa degli spacciatori sudamericani, il che spiegherebbe il tipo di morte riservata alla donna, da tempo dedita alla droga; il secondo addirittura il figlio della coppia, Jason che soffriva del cosiddetto “Disturbo esplosivo intermittente”, in sostanza faticava (come il padre) a gestire la propria rabbia. Aveva frequentato una comunità di recupero, ed aveva problemi di droga.

Ad oggi tutto resta ancora confuso e offuscato, per molti il verdetto di assoluzione fu vergognoso, per altri una vittima innocente della propria fama. La verità è difficile saperla.