Ci sono volte in cui lo sport non è solo svago. Ci sono momenti in cui il gesto atletico, il gioco diventa il veicolo per lanciare messaggi importanti, sociali. E ci sono personaggi speciali, anzi persone che per la loro stessa esistenza rimarranno per sempre nella storia di ognuno di noi, nella nostra memoria. Questo è il caso del Grande Torino, ovvero di un connubio sportivo che è in realtà molto di più.

Il Grande Torino non è il Torino, bensì un fenomeno sportivo che coinvolse tutta l’Italia già solamente per il fatto di essere esistito. La sua scomparsa, tragica e imprevista, oltre a privare il movimento calcistico tricolore dei suoi migliori rappresentanti, impresse nella storia italiana una squadra sportiva per la prima volta.

Inoltre parlare del Grande Torino, significa andare indietro, in un’epoca in cui i calciatori erano prima di tutto persone, certo persone fortunate, che potevano vivere molto bene giocando a calcio, ma molto lontani dall’essere divi patinati come accade oggi.

Valentino Mazzola è stato il capitano del Torino, non solo per le doti fisiche e tecniche, ma anche per il carisma. Era noto per non sopportare le provocazioni ed è considerato uno dei migliori (se non il migliore in assoluto) centrocampisti della storia italiana. Con la maglia granata segnò 118 gol in 195 partite.

Per parlare del Grande Torino, e cercare di spiegare le motivazioni del perché sia così importante per tutti e non solo per i tifosi granata (i quali ovviamente hanno un legame speciale con la squadra più forte del calcio italiano di sempre), occorre tornare al 1939. L’Italia è fascista, di lì a un anno Mussolini da piazza Venezia annuncerà l’entrata in guerra al fianco della Germania nazista. In Italia, però si muove un imprenditore, non un miliardario, bensì una persona che sapeva operare nel campo degli affari e aveva l’occhio lungo: Ferruccio Novo.

Virgilio Maroso era considerato, dopo Mazzola, il più talentuoso della squadra, anche perché all’epoca della tragedia aveva solo 24 anni. Prima del Toro giocò con l’Alessandria dove arrivò in prestito nel ’44

Novo divenne in quell’anno presidente dell’Associazione Calcio Torino, circondandosi da subito di validi collaboratori. Da subito il Toro si mostrò come società particolare rispetto alle altre. Ingaggiò Egri Erbstein, ebreo che non avrebbe potuto allenare secondo le leggi razziali entrate in vigore nel ’38. Perciò egli allenava in segreto, ma quel Torino non era ancora in grado di competere per il campionato. Novo, però inizia a formarlo, acquistando il giovano Franco Ossola dal Varese.

Nel ’42 arriveranno anche Romeo Menti, Guglielmo Gabetto, Alfredo Bodoira e Felice Borel,  ma soprattutto a fine stagione arriveranno dal Venezia, Ezio Loik e Valentino Mazzola. Con questi innesti il Torino, che non è ancora “grande”, comunque è tanto competitivo da imporsi l’anno successivo vincendo il primo di cinque scudetti consecutivi.

Con il 1944, però l’Italia è in piena guerra, non si può giocare un campionato nazionale, specie con lo sbarco a sud degli americani. Perciò si terranno vari mini – campionati di zona. Molti giocatori del Torino saranno ingaggiati dal Torino Fiat, squadra nata ad hoc per far passare i granata come lavoratori dello stabilimento torinese, evitandogli la chiamata alle armi.

Valerio Bacigalupo da Vado Ligure, era il solo a non avere la certezza di un ruolo da titolare in Nazionale, ma nel suo portafoglio si è ritrovata una foto insieme al suo “rivale” Sentimenti IV della Juventus

Nel 1945 si torna a giocare, ad ottobre e a Torino arrivano anche Valerio Bacigalupo portiere dal Savona, Aldo Ballarin dalla Triestina, Virgilio Maroso dall’Alessandria, Eusebio Castigliano dallo Spezia e Mario Rigamonti dal Brescia. Ora può nascere il Grande Toro, che vincerà tutti gli scudetti fino al 1949.

Il fiumano Ezio Loik, soprannominato “L’Elefante” per il suo incedere lento e per la corporatura muscolosa. Arrivò insieme a Mazzola dal Venezia nel 1942

Celebre è il “quarto d’ora granata”, ovvero un momento della partita in cui i giocatori, guidati dal capitano Mazzola (che soleva rimboccarsi le maniche come “segnale”), e dalla trombetta del capostazione Oreste Bolmida che soffiava 3 volte nel suo strumento, cambiavano ritmo, mettendo sovente alle corde gli avversari e andando a segnare i gol decisivi per la vittoria finale. Questo perché semplicemente il Torino, quel Torino, era troppo forte. Ma era anche una squadra di quei tempi, in cui i giocatori si parlavano e gli avversari nettamente inferiori, chiedevano di “andarci piano”.

Nel 1949, però tutto si interrompe bruscamente. La squadra più famosa del mondo scompare. Come accadde la tragedia è noto ai più. Quel 3 maggio 1949, la squadra sta ritornando in aereo a Torino da Lisbona dopo un’amichevole con il Benfica. Quell’incontro era stato voluto dallo stesso Mazzola su richiesta di Francisco Ferreira, capitano della nazionale portoghese che aveva incontrato l’Italia nel febbraio di quello stesso anno a Genova. A fine gara, Ferreira chiese a Mazzola di recarsi a Lisbona per un’amichevole, il cui incasso sarebbe andato a lui stesso, che versava in cattive acque (non esistevano giocatori professionisti in Portogallo all’epoca). Mazzola acconsentì e dopo la gara di campionato contro l’Inter, i granata volano a Lisbona per la partita.

Mazzola e Ferreira, nell’ultima partita del Torino contro il Benfica

Al ritorno, però sull’aeroporto di Torino c’è una gran nebbia: “Dovete usare i vostri strumenti”, disse la torre di controllo al comandante che per coincidenza incredibile, si chiamava Meroni, come la “Farfalla granata”. L’altimetro dell’aereo su cui viaggia la squadra, però è rotto: segna oltre 1.300 metri di altitudine, quando probabilmente è a soli 500. Alle 17:05 i parroco della Basilica di Superga sente un boato incredibile provenire dal retro della stessa. Corso fuori, si trova di fronte a uno spettacolo atroce, fatto di rottami in fiamme, corpi sbalzati e dilaniati. Tutti giocatori, lo staff e l’equipaggio dell’aereo, muore quel giorno. 31 persone.

A Superga accorreranno in fretta molte persone dalla città, perché lo schianto è stato sentito nitidamente anche da Torino. Arriverà anche Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale che conosceva benissimo quei ragazzi ed ebbe il compito di riconoscere quei corpi straziati.

I funerali del Grande Torino

Il Torino vincerà comunque anche quello scudetto assegnatogli dalla Federazione (e che con ogni probabilità Mazzola e compagni avrebbero potuto vincere tranquillamente sul campo), nelle ultime gare i ragazzi della Primavera scenderanno in campo per cercare di onorare al meglio quei campionissimi che non poterono esserci al “Filadelfia” e in effetti vi riuscirono vincendo anche le quattro partite che mancavano al termine della stagione.

Valentino Mazzola e Fausto Coppi

E veniamo infine al motivo del perché questa squadra è stata così importante per l’Italia. Per lo stesso motivo per cui lo fu il duello fra Fausto Coppi e Gino Bartali, perché i trionfi e l’attenzione su questa squadra, permisero al Paese di uscire dal secondo dopoguerra, con maggior facilità, superando le difficoltà, la miseria, la distruzione di una nazione che doveva ricominciare da zero, ricostituirsi e ritrovarsi unita. Coppi, Bartali e il Grande Toro, furono senza dubbio, uno dei mezzi che riuscirono a distrarre gli italiani dalle lotte intestine, dalle piccole e grandi miserie quotidiane di uno dei periodi più travagliati della loro storia.