Il 28 maggio 1980, viene assassinato dai terroristi della Brigata XXVIII marzo, a Milano, il giornalista Walter Tobagi. Cronista del Corriere della Sera, Tobagi era il presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti e da sempre aveva affrontato gli anni di piombo cercando di comprenderne le motivazioni, i protagonisti e le dinamiche. Tobagi era nato con la passione per il giornalismo, iniziando al liceo Parini di Milano con “La Zanzara” fondato da Vittorio Zucconi, ma ben presto quel piccolo giornale lieceale, lascia spazio ad altre collaborazioni.

Così comincia la sua collaborazione con l’”Avanti!” periodico socialista, per poi passare all’”Avvenire” giornale di vocazione cattolica. Per lui saranno periodi estremamente proficui. Intanto nel 1971 sposa Maristella (dalla quale avrà due figli) e si laurea. Tobagi aveva la classica indole del giornalista: curioso, voglioso di approfondire e soprattutto di capire. A 29 anni inizia ad occuparsi di terrorismo per il Corriere della Sera, indagando a fondo sui movimenti estremisti per comprenderne la nascita, i particolari e i modi di operare.

Tobagi indagava in modo imparziale in un periodo in cui era difficile non essere di questa o quella parte, ma lui rivendicava l’indipendenza dei giornalisti, la necessità di essere liberi di parlare di tutto. Per questo condannò le Brigate Rosse per la morte di Guido Rossa, così come i terroristi che uccisero il magistrato Emilio Alessandrini.

Il 30 gennaio del 1979, ventiquattrore dopo l’omicidio di Alessandrini, Tobagi entra nel mirino dei terroristi: il suo nome viene trovato in una borsa sequestrata, in cui c’è una scheda dettagliata su di lui. La paura fa capolino nella testa di Tobagi, e lo dice chiaramente in alcune lettere, ma è comunque cosciente dei rischi che corre, rinunciando alla scorta, di cui avrebbe avuto diritto, e continua a fare il suo mestiere. Il 1979 è un bollettino di guerra: 659 attentati, 24 vittime.

Le formazioni terroristiche non si fermano e anzi incrementano gli attentati. All’inizio del 1980 lo Stato reagisce e, a Genova vengono uccisi 4 brigatisti in un’operazione di polizia. Tobagi ne parla e titola “Non sono samurai invicibili”, scrivendo un articolo di fuoco in cui evidenzia come le Br non fossero intoccabili specie per il fatto che la cosiddetta “colonna genovese” era ritenuta l’anima delle Brigate Rosse.Sarà il suo ultimo articolo riguardante il terrorismo.

La figlia di Tobagi, Benedetta, ha scritto un libro sul padre e si sta impegnando per capire come mai l’informativa dell’infiltrato non venne presa seriamente

Da tempo Tobagi è in disaccordo con la linea editoriale del Corriere della Sera, all’interno del quale si sta verificando una scalata ai vertici del giornale. Il gruppo intento a operare questo progetto è quello del Banco Ambrosiano, legata a Roberto Calvi e soprattutto a Licio Gelli e alla P2. Per questo Tobagi insieme ad un gruppo di colleghi, tengono oltre 20 convegni in cui parleranno dei dubbi intorno a questa operazione. A questo punto si trova accerchiato, da un lato i terroristi, dall’altro il Corriere che lo vede come una spina nel fianco.

Insomma Tobagi è scomodo per molti, odiato da tanti, e inizia ad essere pedinato, inconsapevolmente. Tiene l’ultimo discorso al Circolo della Stampa di Milano la sera del 27 maggio 1980. La mattina dopo, mentre si reca verso la redazione del Corriere della Sera, viene avvicinato da sei giovani. Due di essi gli sparano cinque colpi di pistola, colpendolo al cuore e alla testa. Tobagi muore a soli 33 anni. Quel giorno stesso arriva la rivendicazione ed è una sigla che non si conosceva: Britata XXVIII marzo.

In pochi mesi viene catturato un giovane di buona famiglia: Marco Barbone che ben presto decide di collaborare con le forze dell’ordine, diventanto un pentito e rivelando i nomi degli altri membri del gruppo terroristico: Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano.

Qui inizia la seconda parte di questa storia che nasconde lati oscuri come tante vicende accadute negli anni di piombo. Il processo infatti inizia e si conclude nel 1983, con il Barbone che potrà usufruire della nuova legge sui pentiti, passando in carcere solo due anni, ma usufruendo da subito della libertà provvisoria, così come accade a Morandini. L’evento fu mediaticamente devastante, poiché le televisioni trasmisero Barbone che usciva dal tribunale nonostante avesse chiaramente ammesso la propria colpa. L’unico che scontà l’intera pena fu ul palo, Francesco Giordano, che peraltro riuscì ad incontrare la famiglia del giornalista che lo perdonò.

La sentenza del processo ai colpevoli dell’omicidio di Tobagi fece scalpore: Barbone infatti fu subito rimesso in libertà

Sul caso, però si abbatterono anche i dubbi sull’operato dell’antiterrorismo. Infatti da tempo un membro dei carabinieri era infiltrato nei gruppi eversivi di sinistra. Il suo nome in codice era “Ciondolo” il quale a sua volta, 7 mesi prima dell’attentato a Tobagi, aveva reso nota al proprio superiore, di una confidenza fattagli da una fonte di provata affidabilità. Nella relazione, Ciondolo riporta chiaramente le intenzioni dei terroristi di attaccare Tobagi, con un attentato o un rapimento. Da qui si scatenò una serie di accuse e contro accuse, con un’interpellanza parlamentare portata  nel 2004 dall’onorevole Marco Boato e rigettata dall’allora Ministro, Giovanardi.

Di Tobagi oggi rimane la memoria di un giornalista esemplare, morto probabilmente per incuria e superficialità delle forze dell’ordine dell’epoca, ma soprattutto perché non accettava di non raccontare i fatti, entrandone all’interno, scoprendo la verità senza lasciare nulla al caso o all’improvvisazione. Tobagi era ed è un esempio di come il giornalismo se fatto con passione e ricerca per la verità, lontano dalle ideologie personali, sia un’arma potentissima, per minare i monopoli di chi vuole influenzare il pensiero delle persone.