Dal 2015 la creazione delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese ha permesso di attivare una gestione del lupo su vasta scala, non più riferita quindi solo al territorio del Parco Capanne di Marcarolo. Dall’inverno 2017/2018, in seguito a un corso di formazione realizzato in collaborazione con il Centro di Referenza per i Grandi Carnivori della Regione, sono ripartiti i monitoraggi in Appennino e in sostanza in tutto il territorio provinciale grazie a network di operatori che percorrono i transetti, cioè i percorsi seguiti dai lupi, per la raccolta di dati scientifici da escrementi e carcasse, per esempio, che potranno fornire informazioni sulla presenza del lupo e la prevenzione dei danni sul bestiame domestico. Fanno parte della rete di monitoraggio i carabinieri forestali, la Provincia, gli Ambiti territoriali di caccia (Atc), le Aree Protette del Po vercellese – alessandrino, l’Asl e il Club Alpino Italiano (Cai). I controlli sulla presenza del lupo con metodi scientifici erano partiti nel 2004 sull’Appennino nell’ambito del Progetto Lupo, avviato dalla Regione e poi fermato dalla giunta Cota nel 2012.

Una giovane femmina di lupo

L’allora Parco delle Capanne di Marcarolo ha poi proseguito sulla stessa strada tra Ovadese e Val Lemme. Come oggi, da anni è attiva una collaborazione con l’Asl per il rilevamento dei danni agli animali domestici, che non sono affatto mancati negli ultimi anni. La creazione del network sul lupo avviato lo scorso anno è stata finanziata con i fondi del Piano di sviluppo rurale della Regione e il monitoraggio oggi si estende fino alla pianura. “Sull’Appennino – spiega Gabriele Panizza, funzionario delle Aree protette dell’Appennino Piemontese – da tempo sono stati individuati alcuni branchi. I giovani vanno poi in dispersione e per muoversi sul territorio utilizzano, per esempio, il torrente Scrivia. I lupi italiani, per fare un esempio, sono stati rintracciati persino in Germania e in Olanda, a dimostrazione della capacità di movimento di questo predatore”. I tecnici tengono sotto osservazione anche i branchi sull’Appennino, formati da una media di tre/cinque individui per studiarne la riproduzione e quindi la dimensione.

Sentiero verso Capanne di Marcarolo

La presenza di un branco – dice ancora Panizza – esclude l’insediarsi di nuovi individui, e di come il numero di lupi non possa “crescere esponenzialmente” come paventato in alcuni recenti articoli, in quanto il predatore si distribuisce su territori molto ampi (250 km quadrati e oltre) in relazione alla disponibilità di prede, che sono costituite in prevalenza da ungulati selvatici. Ad esempio il branco di Marcarolo, monitorato dal 2004, si è mantenuto sostanzialmente stabile negli anni”. A fine anno saranno presentati i dati del monitoraggio in una serie di incontri pubblici per far conoscere la reale distribuzione del lupo in provincia.

un cane pastore maremmano abruzzese

Intanto, prosegue il progetto “Farmers&Predators”, voluto dall’azienda di pet food Almo Nature, che ha come doppia finalità la riduzione dei possibili conflitti tra allevatori e predatori, iniziativa messa in atto in collaborazione tra le Aree protette dell’Appennino piemontese. Per tutto il 2018 è stato organizzato il mantenimento alimentare gratuito dei cani da guardiania alle sei aziende locali aderenti, con la fornitura di circa 500g di crocchette al giorno per ciascun cane. Con l’ultima fornitura di mangime sono stati consegnati 120 sacchi da 12 kg per un totale di 1440 kg di cibo per le aziende coinvolte, che utilizzano 15 cani di razza maremmano-abruzzese, la razza italiana specializzata nella difesa, dai predatori, del bestiame al pascolo. Interessate le aziende agricole Nerchi di Dernice, La stalla dei ciuchi di Cantalupo Ligure, Yogoloso di località Bregni a Rocchetta Ligure, l’agriturismo Sereta di località Tegli a Fraconalto, Garscei di Fraconalto e Valentina Albareto di Molare.

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