Gavi ha detto ciao a Libero Bergaglio

Scampato alla Benedicta, finì prigioniero dei tedeschi e degli Alleati. Durante la detenzione ricostruì a memoria un modellino della chiesa parrocchiale, conservato per 70 anni

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I funerali di Libero Bergaglio

La chiesa di San Giacomo Maggiore, a Gavi, stamattina era gremita per salutare per l’ultima volta Libero Bergaglio, 94 anni, l’ultimo gaviese sopravvissuto dell’eccidio della Benedicta, scomparso l’altro giorno. Tra il feretro e l’altare c’era il modellino della chiesa parrocchiale gaviese che Libero aveva realizzato durante la prigionia nel campo di concentramento alleato di Coltano (Pisa), una ricostruzione fedele, come ha sottolineato il parroco, don Gianni Pertica, fatta a memoria, senza alcuna immagine o disegno, “la testimonianza che Libero conosceva molto bene questa chiesa”. Il parroco ha citato il piccolo capolavoro di Bergaglio, conservato per oltre 70 anni a ricordo della tragica esperienza della guerra, come esempio della sua fede, accanto alla creazione di una grande famiglia grazie al legame (lungo ben 66 anni) con la moglie Rosa Ponta, per tutti Zina, e ai figli Riccardo, Roberto e Fausto, tutti presenti stamattina con le relative mogli e i tanti nipoti di Libero.

Libero Bergaglio
Libero Bergaglio

Poi, come ha citato ancora don Gianni, accanto alla fede e alla famiglia, l’attività di falegname con il suo mobilificio alle porte del paese, che aveva fatto avere a Libero il titolo di cavaliere del lavoro. Bergaglio realizzò il modellino della chiesa di San Giacomo con scarti di legno, scatole e qualche pezzo di metallo, come si diceva, mentre era prigioniero degli Alleati a Coltano. Prima di arrivare lì, a poco più di vent’anni, Libero ne passò di tutti i colori, come tanti suoi coetanei. Per sfuggire ai bandi della Repubblica di Salò era salito alla Benedicta, precisamente alla cascina Roverno. Quando arrivarono i nazifascisti, in quel tremendo giorno di Pasqua del 1944 con l’obiettivo sterminare i partigiani e i renitenti, lui e altri riuscirono a fuggire nei boschi, riuscendo ad arrivare prima a Sottovalle e poi alla cascina Morgassi di Gavi, nascondendosi dentro un carro di fascine. Alla fine, per non mettere in pericolo la sua famiglia, Libero decise di costituirsi e venne deportato in Germania, a Ulm. Grazie anche alle sue capacità a lavorare il legno ed essendo anche telegrafista, riuscì a evitare le peggiori condizioni di prigionia e a rientrare in Italia. Dopo un’ulteriore fuga, finì a Coltano.

Terminato il conflitto, tornò nella sua amata Gavi con il modellino della chiesa nella valigia e avviò l’attività di falegname fabbricando mobili prima nel rione di Monserito, poi nel mobilificio davanti al convento di Valle. Quando compì 90 anni, disse: “L’esperienza della guerra mi ha segnato ma ho avuto la fortuna di conoscere Zina, sempre rimasta al mio fianco”. Un anno fa se n’era andato a 95 anni uno dei suoi fratelli, Franco, per tutti il “Mancin”, dirigente benemerito della Gaviese: era stato tesserato con il club biancogranata per 71 anni.