“La bonifica se la faccia il Comune”

Se l'ex Ics fosse finita alle aziende legate alla 'ndrangheta l'obiettivo era far pagare ai cittadini i costi dello smaltimento dei veleni.

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La mafia calabrese voleva far finire sulle spalle dei cittadini la bonifica della ex Ics di Arquata Scrivia. Il tentativo di prendersi il sito, inquinato da decenni di attività chimica proprio in riva allo Scrivia, era stato avviato da Orlando Sofio, imprenditore pozzolese arrestato nell’estate dello scorso nel blitz delle forze dell’ordine avvenuto nell’ambito dell’operazione Alchemia. Orlando, considerato il referente locale della cosca ndranghetista Raso-Gullace, aveva avviato per conto del boss Carmelo Gullace, detto Nino, considerato al vertice della ndrangheta del Nord Ovest, contatti con il gruppo chimico Dalton, proprietario del sito arquatese.

L’ingresso della Iciesse nel 2009

L’obiettivo, secondo le intercettazioni degli agenti dello Sco, che risalgono al 2011-2012, era acquisire lo stabilimento, chiuso dal 2008, per un euro. Da dirimere la questione dei costi della bonifica, allora come oggi a carico della proprietà, dopo il fallimento della Ics, dichiarato dopo la chiusura delle trattative, poi non andate a buon fine. Nella Ics sono infatti da eliminare l’amianto e diversi materiali situati all’interno del perimetro dello stabilimento e da mettere in sicurezza le due discariche. Proprio il problema dei rifiuti è al centro della questione. Maino, dirigente gruppo Dalton, dice a Sofio che per un euro cederebbero il sito con la villa, gli uffici e i capannoni, con attività e passività, con la fidejussione bancaria da 150 mila necessaria proprio per le bonifiche e la gestione delle due discariche esistenti. “E i rifiuti che sono dentro?”, chiede Sofio. “Mi dicono che sono suoi”, risponde Maino. A quel punto Sofio sostiene che l’operazione non può andare avanti e il dirigente del gruppo Dalton gli dice: “Siamo uomini di mondo, vediamoci e troveremo una soluzione”.

Il municipio di Arquata Scrivia
Il municipio di Arquata Scrivia

In un’intercettzione ambientale con Nino Gullace, il quale detta le condizioni per portare avanti la trattativa, Sofio dice chiaramente che “se pagano loro i rifiuti me li prendo io”. Dialogo che viene registrato mentre i due si stanno recando a un incontro con la controparte e durante il quale fanno i conti: “Ci vorranno 150 camion per portare via il materiale”. Sofio dice che per chiudere l’operazione, oltre ai 200 mila euro che attende dalla Ics probabilmente per lavori eseguiti dalle sue imprese all’interno del sito, vuole altri 100 mila euro. La bonifica si dimostra quindi, com’era ovvio, la questione principale di tutta l’operazione e nei dialoghi di coloro che sono considerati esponenti di spicco della ‘ndrangheta tra Liguria e Piemonte emerge chiaramente l’intenzione di appioppare, una volta arrivati all’acquisizione, i costi della bonifica alle casse pubbliche. Prima parlano di un imprecisato “ente”, forse la Provincia, che si occupa di approvare i progetti relativi alle due discariche, poi esplicitamente del Comune. Secondo la ‘ndrangheta doveva quindi essere Pantalone a pagare i costi ambientali dell’operazione, mentre a Sofio e Gullace dovevano rimanere gli edifici.

L’operazione, come si diceva, non andata in porto e la bonifica è ancora a carico del fallimento della Ics con 150 mila euro della fidejussione. Il Comune ha chiesto di utilizzare parte di questi soldi per sistemare il piede in cemento che si trova a ridosso dello Scrivia e riferito alla discarica situata sotto lo stabilimento, scalzato dalle piene del torrente. Le ultime analisi dell’Arpa e dell’Asl, spiegano dal Comune, hanno evidenziato come nel torrente non sta finendo nessuna delle sostanze contenute nelle discariche, a testimonianza che il diaframma costruito a monte funziona. L’ultima ordinanza emessa dal Comune è riferita alla bonifica dei tetti in amianto e allo smaltimento dei cumuli di materiali presenti nel sito. La Ics ha concluso la caratterizzazione dei materiali.