Val Borbera. L’accorato appello dei ristoratori: “Si può andare all’estero ma non da noi”

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Scorcio sulle Strette in Val Borbera

La pandemia ha esasperato gli animi. A più di un anno dall’inizio dell’incubo Covid, la situazione sanitaria nel nostro Paese e non solo, continua ad essere preoccupante. I morti giornalieri, che si attestano tutt’ora su numeri inquietanti non consentono di allentare le precauzioni, almeno questo è quanto afferma l’Istituto Superiore di Sanità. Quando l’estate scorsa ci siamo concessi alcuni svaghi, a ottobre l’abbiamo pagata carissima.

Ma ora sono arrivati i vaccini e, pare che laddove, vedi Israele e Regno Unito, un’alta percentuale della popolazione è già stata vaccinata, la sospirata “normalità” sia dietro l’angolo. “Chi vivrà vedrà”, direbbero i fatalisti. E’ evidente che in una situazione tanto complicata la stragrande maggioranza dell’economia sia in crisi, in particolare quelle attività giudicate, a torto o a ragione, non essenziali. E’ notizia di ieri la manifestazione di protesta degli ambulanti, che lamentano l’impossibilità di lavorare.

Ristorante “Ponte” a Cososla

Tra le attività ferite dalla pandemia ci sono anche i bar, i ristoranti, gli alberghi; in Val Borbera, terra a vocazione turistica,  esiste da quasi mezzo secolo un associazione che li rappresenta e il loro presidente è Michele Negruzzo che, nero su bianco ha espresso tutto il suo rammarico.

Questa la lettera arrivata in redazione dal presidente dell’Associazione Albergatori e Ristoratori della Val Borbera e Valle Spinti   

 È trascorsa ancora una Pasqua in zona rossa e con le nostre attività chiuse. E’ passato un anno da quando abbiamo pensato “che disastro, ci giochiamo la Pasqua, il lunedì dell’Angelo, il 25 aprile, il 1° maggio, ci giochiamo tutte quelle giornate che ci risollevano dal lungo inverno, ma va bene, se questo sacrificio serve per salvarci ed uscire da questo incubo, ben venga” ed ora siamo ancora qui, come lo scorso anno, anzi peggio, perché ci siamo giocati anche il Natale, il fine anno e tanto altro, perché poco o nulla è cambiato e ci sentiamo ancora dire “sacrificatevi ancora un poco oggi per salvare il domani, ormai siamo all’ultimo miglio, etc, etc”. E’ trascorso tanto tempo, nulla è stato risolto.

Ristorante” da Bruno” a San Nazzaro

Le nostre attività sono sempre state oggetto di continui attacchi, sempre tra le prime ad esser chiuse e le ultime ad aprire nonostante sia ormai lampante che si possa lavorare in sicurezza: solo prenotazioni, riduzione dei posti a sedere, distanziamento, mascherina quando non si consumano cibo o bevande, fermarsi lo stretto necessario per il consumo dei prodotti, preferenza al servizio esterno ove possibile, misurare la temperatura all’ingresso. I nostri ristoranti, le nostre pizzerie, i nostri bar sono chiusi, oggi come allora e come da troppo tempo a questa parte.

Lasciamo perdere l’asporto, non tutti siamo in luoghi tali che lo consentano e poi, diciamo sinceramente, l’asporto è solo una toppa, è un pezzo di legno a cui aggrapparsi per restare a galla e al quale, peraltro, non tutti possono aggrapparsi. Ai nostri alberghi è consentito restare aperti, ma di fatto sono chiusi perché nei nostri splendidi territori, a vocazione turistica, chi può mai arrivare se si è in zona rossa e se non ci si può spostare.

Il dehors del Bar Italia a Cabella

Dicevamo che la situazione è peggiore rispetto allo scorso anno, sì, decisamente, perché il tempo trascorso senza intervenire in maniera concreta per cercare quantomeno di arginare l’emergenza è un’aggravante come lo sono ancor di più il divieto di spostarsi in Italia che va di pari passo con il permesso di andare all’estero, una presa in giro per tutte le nostre attività che stanno boccheggiando, una presa in giro per tutti noi, una vergogna.

Vogliamo ricordare che intorno alle nostre attività gravitano tanti settori: i vignaioli, i contadini, i casari, i macellai, i salumieri, etc, dai quali ci riforniamo delle tipicità territoriali che facciamo conoscere ai clienti portando a tavola il prodotto finito; siamo la difesa di un territorio e del suo patrimonio.

La veranda del Belvedere di Pessinate

Intorno a noi gravitano prodotti tipici e numeri più o meno alti, ma, soprattutto, gravitano persone e in questo momento è tutto fermo, tutto sospeso, tutto in attesa, ma l’attesa si sta protraendo da troppo tempo e non può essere infinita, la misura ormai è colma e a noi stanno mancando le forze, non di certo il coraggio e la passione.

Siamo stanchi delle parole e dei proclami ai quali non seguono i fatti. Siamo esasperati dal fatto che la sola risposta all’emergenza sia la chiusura sempre dei soliti noti senza che peraltro sia stato risolto il problema. Chiediamo ormai da troppo tempo di tornare a lavorare in sicurezza ed ora lo gridiamo a squarciagola.

Il tempo delle parole è ormai concluso, confidiamo pertanto in un cambio di passo che avrebbe già dovuto esserci stato ed ora sarebbe quanto mai urgente e opportuno”.

(Foto Massimo Sorlino)