Il progetto dell’Università delle Lingue Locali prenderà il via il 15 maggio a Tagliolo, nel Museo della Ruggine, in strada Pianomoglie, alle 21, con la conferenza “Il mondo scomparso – com’è cambiata la nostra vita negli ultimi 50 anni”. Il relatore sarà Gianni Repetto, promotore dell’iniziativa.
Il 26 giugno nella biblioteca comunale, Piero Mandarino, di Bosco Marengo, parlerà di “La difesa dei fiumi e dai fiumi – Cosa ci insegna la geografia”. Il 10 luglio, ancora nel Museo della Ruggine, la parola Domenico Bisio, di Fresonara, sul tema “La poesia del dialetto – quando conviene andare a capo”. Ancora, il 7 agosto, Renzo Incaminato di Acqui Terme interverrà su “Conoscere i Funghi” nella biblioteca. Infine, il 7 settembre, Patrizia Grillo di Ovada parlerà nel Museo della Ruggine de “Il Dolcetto di Ovada”. Tutte le serate di svolgeranno sempre alle 21.
Gianni Repetto spiega come e perché è nata l’idea dell’Università:
Nel piccolo borgo di Tagliolo Monferrato, presso la sua Biblioteca e il suo Museo della Ruggine, è nata l’Università delle Lingue Locali. Che, di primo acchito, può sembrare un’iperbole provocatoria, una stranezza tra le tante della multiforme civiltà dello spettacolo. Oppure una nostalgica manifestazione identitaria del solito gruppo paesano che difende senza speranza un mondo che non c’è più. E invece non è niente di tutto questo, ma piuttosto una scelta culturale e antropologica per ridare fiato a una società anche qui da noi “liquida”, che non è in grado di reagire alla deculturazione del globalismo. E sono tante le ragioni che ci hanno spinto a questa scelta. Innanzitutto c’è una ragione legata alla toponomastica territoriale che è la vera conoscenza profonda di un territorio. La contemporaneità usa i toponimi territoriali asetticamente, come termini più o meno coloriti da assegnare ai suoi progetti infrastrutturali ed edificatori, pensando in questo modo di preservare la Memoria dei luoghi. E magari, se proprio non gli piacciono fino in fondo, li storpia convinta di renderli più belli. Pochi sono coloro che nell’usarli colgono il loro autentico significato, spesso memore di situazioni pregresse di natura fisica o storica. E magari in questo loro approccio esclusivamente speculativo non colgono messaggi che quella denominazione esprime esplicitamente.

Basti, a dire questo, un esempio storico che riguarda un territorio lontano da noi, ma tristemente famoso per quanto avvenne la sera del 9 ottobre 1963: la diga del Vajont. Quell’immane disastro ha un nome: monte Toc. E in quel territorio “toc” in lingua locale significa pezzo e in friulano c’è il termine “patoc” che significa “zuppo” o “marcio”. Bene: se i progettisti della “diga più alta del mondo” (all’epoca) avessero colto alla lettera la definizione che la saggezza popolare aveva dato a quel monte e continuava a ribadire, mai si sarebbero sognati di costruire lì una diga. Oppure lo sapevano e l’hanno fatto lo stesso e allora non ci sono parole se non le urla angosciose delle oltre duemila vittime di quel disastro.
Ma quante sono anche sulla nostra montagna le località che indicano paleofrane o frane relativamente recenti? Dalla “Sliggia di Paódi”, antica frana a valle della strada comunale che conduce dalla “Curma” a “Pracabàn” nei pressi della cascina “Paódi”, a “u Sc-ciupàu” (Scoppiato), appezzamento di terreno nei pressi della cascina “Leviatta”, dalla “Rócca Rugnuza”, parete scoscesa e friabile che si erge a valle del “Reepassu” (Passo pericoloso, per la natura del terreno friabile), sentiero che sale dall’ “Arbaétta” e scende a Campo Ligure, a i “Rivuìn du Mazgeùn”, pendio scosceso e franoso tra la cascina “Magge” e la cascina “Mazgeùn”.

Indicazioni preziose per gli escursionisti, ma anche per chi volesse fare interventi di viabilità in quelle situazioni. C’è poi una ragione di storia della civiltà locale, con le sue peculiarità specifiche di coltura agricola della collina e della montagna e di cultura e di immaginario della paesanità. Chi ha occhio e Memoria dei territori riesce ancora a leggervi i vari “ricami” che i nostri antenati hanno fatto sulle nostre terre, le fasce e i ronchi per vigne e orti che non ci sono più, i castagneti ormai inselvatichiti e le piazzole per il carbone da legna, i pascoli invasi ormai dal bosco e i boschi storici degradati che un tempo producevano legname per la cantieristica navale o semplicemente pali per le vigne e legna da ardere. E così la viabilità percorsa dai carrettieri, riconoscibile spesso per i solchi lasciati sulle pietre dalle ruote ferrate dei carri.
Ma la stessa cosa vale per la “televisione” del passato, quel corpo di favole, fiabe e racconti che i “contafóre” andavano a raccontare in giro per le cascine. Racconti che tenevano insieme dai vecchi ai bambini, entrambi immersi nell’atmosfera fabulistica che quei sapienti narratori sapevano come “condire” e spesso variare. Con un obiettivo oggi messo in discussione dal cinema e dalla televisione, il trionfo ogni volta del bene sul male. Una pratica educativa che funzionava spesso più della scuola che molti di loro magari non avevano frequentato o non frequentavano. Ma c’è anche una ragione propriamente linguistica. Da molto tempo si sostiene da parte dei linguisti – ma lo constata chiunque sia attento all’uso della lingua oggi – che la maggior parte degli italiani usa un numero limitato di parole della nostra lingua, ovvero ne conosce un numero limitato a monte di un “lessico comune” che, secondo Tullio De Mauro, è costituito da circa 47.000 vocaboli, conosciuti e adoperati da chi ha un’istruzione medio-alta (a prescindere dalla professione esercitata e dagli interessi personali).
Questa maggioranza di italiani usa il cosiddetto “lessico fondamentale”, cioè quelle parole di uso frequentissimo (poco più di 2.000) del cui significato e uso attivo siamo padroni fin dall’infanzia. Ma di fatto buona parte di essi usa quotidianamente non più di 200 di queste parole fondamentali, mescolandole spesso con parole straniere d’accatto (in particolare di inglese) di cui spesso non conosce neppure il vero significato. Fenomeno favorito dalla politica che ha acquisito alcune parole dell’inglese denominandovi addirittura alcuni progetti di legge (ad esempio il “Jobs Act” di renziana memoria, da parte di un personaggio che con l’inglese ha poi fatto soltanto delle brutte figure), pratica passata dal livello governativo anche a quello amministrativo locale, come è successo per il distretto del vino “Gavi” denominato “Gavishire”, come una qualunque zona dell’Inghilterra senza vino, o per invitare i turisti ad Ovada con lo slogan “Visit Ovada”, che a molti sembra più un errore di scrittura italiana che un anglicismo.
Noi siamo fermamente convinti che sarebbe meglio utilizzare calchi dalle varie lingue locali per rendere esotico, paradossalmente, il nostro territorio, in quanto esse hanno espressioni senz’altro più evocative di quelle parole straniere utilizzate per lo più in modo improprio. Perché soltanto i termini di queste nostre lingue possono dare colore ai luoghi che rappresentano e costituire sempre più un elemento di curiosità storica e antropologica da parte dei “foresti” che giungono in mezzo a noi, sia per vacanza che per scelta stanziale. E, se pure non si verificheranno frequentemente fenomeni straordinari come quello di quel ragazzo marocchino di Mornese che ha imparato meglio il dialetto del paese che l’italiano, avremo però sempre più gente che per conoscere la nostra storia e il nostro territorio si avvicinerà alle lingue originarie dei nostri luoghi e percepirà almeno qualcosa della nostra cultura millenaria, quel cuore che, sebbene soffocato dalla civiltà del consumo e dello scarto, continua ancora a battere nel profondo orgogliosamente.








