Nessun dubbio sull’operato delle Aree protette dell’Appennino Piemontese sul disastro della Lavagnina, migliaia di metri cubi di fango e materiale depositato sul fondo del lago di Casaleggio Boiro finito a valle, nei torrenti Gorzente e Piota, tra il 2024 e il 2025: “Il nostro comportamento è stato ineccepibile“. Lo scrive Danilo Repetto, commissario dell’ente, in una lettera inviata a Legambiente nazionale e regionale, a Roma, per contestate le dichiarazioni del circolo Legambiente Val Lemme (https://www.giornale7.it/legambiente-val-lemme-sulle-aree-protette-una-spartizione-politica-delle-poltrone/) sulla Lavagnina e anche sulla gestione del Parco dell’alta Val Borbera. Dopo l’estate del 2024, quando lo sversamento era iniziato da tempo, l’amministrazione dell’ente venne contestata per i ritardi nella segnalazione di quanto stava avvenendo nel cantiere aperto da Iren e anche nella comunicazione alla popolazione. A rendere noto il disastro fu infatti un guardiaparco delle Aree protette, nell’occasione fuori servizio, con un post su Facebook che metteva in mostra i laghetti a valle della diga pieni di fango, oltretutto all’interno della zona di protezione speciale Capanne di Marcarolo.
Repetto, invece, considera più che corretto l’operato delle Aree protette. L’immagine dell’ente, a suo dire, sarebbe stata “fortemente lesa” dalle dichiarazioni di Legambiente Val Lemme “a fronte di comportamenti ineccepibili messi in atto da parte dell’amministrazione e del personale tutto dell’ente” ed elenca l’attività del personale a partire dai primi giorni di giugno 2024: “Stante l’aumento della torbidità delle acque a valle della diga di Lavagnina il personale contattava gli uffici della Provincia di Alessandria per un confronto della situazione”. Una lunga sequela di attività che ha poi portato, nell’ottobre dello stesso anno, a redigere un rapporto amministrativo “per violazione delle prescrizioni della procedura della Valutazione di incidenza”. Attività che sono proseguite anche quest’anno in collaborazione con altri enti.

Legambiente Val Lemme ha ovviamente risposto. Il presidente Francesco Saverio Fera, ha ricordato che “lo sversamento dei fanghi a valle della diga nel Gorzente e quindi nel Piota è iniziata nel maggio del 2024, come riportato dai giornali locali, per intensificarsi col passare del tempo” e che Iren, nell’aprile di quest’anno, ha dichiarato ai giornali che “sia la derivazione, sia lo scarico di fondo, sono sempre rimasti in funzione dall’ultimo svaso totale avvenuto il 10 maggio 2024 e l’apertura dello scarico di fondo non è mai stata interrotta”.
L’avvio dei lavori, secondo la comunicazione inviata da Iren alle Aree protette, risale al 27 maggio 2024 ma gli sversamenti, ricorda Fera, erano segnalati sin dal 21 maggio, “ciò significa che le importanti operazioni di svaso sono iniziate antecedentemente alla comunicazione di inizio lavori senza che l’Ente di gestione intervenisse. Se da un lato significa che l’inizio di questo lavoro di non secondaria importanza è sfuggito all’Ente, dall’altro significa che quanto indicato nella Valutazione di Incidenza per mitigare l’impatto dei lavori sull’ambiente e sul territorio, è rimasto sulla carta provocando un notevole impatto negativo nei luoghi”. Lo stesso commissario, aggiunge Fera, scrive di un sopralluogo alla Lavagnina il 18 giugno 2024, “23 giorni dopo l’inizio ufficiale dei lavori“. Evidenza inoltre: “Il Consiglio dell’ente Parco aveva proposto che fosse inviata a Iren la richiesta di una relazione sui lavori e sul conseguente sversamento dell’enorme quantità di fango nei torrenti Gorzente e Piota. Resoconto mai chiesto a Iren”. Il presidente del circolo Val Lemme sottolinea infine l’assenza di qualsiasi rappresentante delle Aree protette nel sopralluogo del 10 luglio 2025 presso la diga con istituzioni, associazioni e comitati.








