I parchi regionali lo avevano già messo in discussione, ora c’è chi lo ha impugnato chiedendone prima la sospensione e poi l’annullamento. Stiamo parlando del piano di abbattimento dei cinghiali, approvato dalla Provincia a fine marzo e già operativo per ridurre il numero di capi con motivazioni ormai note: danni alle coltivazioni e incidenti stradali. Il regolamento prevede l’abbattimento attraverso piani di controllo da attuare per tutto l’anno, quindi accanto al periodo di caccia tradizionale. “In particolare – scrive la Provincia nel documento approvato dal presidente Gianfranco Baldi – le azioni programmate dovranno essere intensificate nel periodo invernale e a inizio primavera mentre l’abbattimento individuale potrà essere attuato con regolarità per tutto l’anno. Si sottolinea l’importanza della contemporaneità degli interventi su tutto il territorio, aree protette comprese, al fine di evitare che alcune zone diventino rifugio per i cinghiali”. Le aree protette del Po vercellese-alessandrino e quelle dell’Appennino ad aprile avevano scritto alla Provincia chiedendo di rivedere il regolamento poiché la caccia al cinghiale tutto l’anno nelle zone di protezione speciale e nei siti di importanza comunitaria, mette a rischio altri animali, alcuni tutelati, soprattutto nel periodo primaverile, durante la nidificazione.

Ora il piano è finito davanti al Tar Piemonte per iniziativa di due due associazioni nazionali, Earth, creata per tutelare i diritti degli animali, e l’Associazione vittime della caccia, che ha come obiettivo l’abolizione dell’attività venatoria. Da quest’ultimo sodalizio spiegano: “Le ragioni sono quelle solite, ovvero la mancata acquisizione del parere Ispra (l’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente, ndr) prima di procedere con l’intervento, e il mancato esperimento dei metodi ecologici prima di avviare l’abbattimento. Il vero enorme problema però è che i cacciatori non hanno alcun interesse a eradicare i cinghiali: infatti da una parte la caccia determina una maggiore prolificità, da un’altra vengono ancora allevati allegramente anche nelle aziende faunistico-venatorie”. Alberto Vella, legale della Provincia, dice: “Il piano in questione fa un riferimento al parere Ispra rilasciato in passato e valido per un periodo di cinque anni, mentre per i ricorrenti doveva essere nuovamente richiesto per il 2018. Una questione formale, quindi”. Mercoledì il Tar potrebbe sospendere, o meno, il piano.

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