La Cantina di Montagna di Lerma non deve diventare un obitorio

Gianni Repetto, ex presidente del Parco Capanne, annuncia un'associazione per riattivare la struttura costruita 20 anni fa dalla Comunità montana e dove rischiano di finire i cinghiali abbattuti per contrastare la Peste suina

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La cantina di Lerma
È dei giorni scorsi la notizia che la Cantina di Montagna di Lerma potrebbe presto diventare deposito delle carcasse dei cinghiali abbattuti nelle operazioni di contenimento della peste suina africana. Questa ipotesi ha suscitato molto disappunto tra quegli agricoltori che sono stati protagonisti dell’esperienza del Centro di vinificazione, purtroppo conclusasi con un fallimento, ma che rimane l’unico tentativo fatto sul nostro territorio per invertire il declino vitivinicolo delle nostre colline. Colline che il parere unanime di agronomi ed enologi considera tra le più adatte nel Basso Piemonte alla coltura della vite sia per la qualità dei suoli che per la morfologia dei versanti. E che, di fronte all’assenza concreta di altre prospettive economiche che non siano delocazioni di aziende industriali che altri territori non vogliono, possono ancora rappresentare una prospettiva di
sviluppo compatibile della nostra zona. Occorrono ovviamente investimenti che consentano di ripristinare i vigneti di qualità di un tempo e, se non siamo in grado di farlo noi abitanti del territorio, bisogna fare in modo di attirare qui altra gente interessata da fuori che abbia i mezzi finanziari e le idee per recuperare alla vite le nostre colline.
Per questo scopo si sta costituendo qui da noi un’associazione denominata “Cantina di Montagna” che si adopererà per trovare dei possibili investitori e far sì che la Cantina non subisca un cambio di destinazione d’uso, ma continui ad essere il possibile punto di partenza e baluardo per una ripresa economica della viticoltura nel nostro territorio. L’associazione sarà aperta non solo agli agricoltori interessati, ma anche a tutti coloro che si riconoscono in un destino neorurale della nostra zona, sull’esempio di altri territori forse meno vocati del nostro alla viticoltura, ma che hanno saputo costruire un’offerta di prodotti e di luoghi che attira non solo chi va alla ricerca del buon vino, ma anche chi ama la campagna e le sue tradizioni. Con la speranza di ritrovare in questa rinnovata possibilità economica quello spirito di condivisione comunitaria che ha sempre caratterizzato i nostri paesi.
Gianni Repetto