Quando la Repubblica processò la Resistenza

A Rocchetta Ligure un incontro sul paradosso del dopoguerra

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Finita la guerra, l’Italia celebra la caduta della dittatura ma si ritrova, paradossalmente, a mettere alla sbarra chi quella dittatura l’ha combattuta. Si apre su una delle pagine più intense, complesse e meno raccontate del secondo dopoguerra la rassegna estiva dedicata alla storia curata dal Museo della Resistenza e della Vita Sociale in Val Borbera “G.B. Lazagna”. Il primo appuntamento è fissato per sabato 4 luglio, alle 17.00, nell’androne di Palazzo Spinola a Rocchetta Ligure. Un evento che unisce la grande ricerca accademica alla memoria storica di un territorio che della lotta di Liberazione è stato un baluardo. L’incontro si focalizzerà sulla stagione dei processi ai protagonisti della Resistenza, un fenomeno strettamente legato alla cosiddetta “epurazione mancata”. Tra il 1945 e i primi anni ’50, l’Italia visse una profonda spaccatura istituzionale e sociale, tesa tra lo slancio della Liberazione (la rottura) e la forte persistenza dell’apparato statale precedente (la continuità).

Gli storici individuano tre fattori chiave che determinarono questa situazione:

  • Un apparato giudiziario intatto: Dopo il 25 aprile 1945, la magistratura, le forze dell’ordine e i codici penali (come il Codice Rocco del 1930) rimasero sostanzialmente gli stessi del ventennio fascista. Molti magistrati che avevano prestato giuramento al regime si ritrovarono così a giudicare gli atti compiuti dai partigiani.
  • La svalutazione delle azioni di guerra: I tribunali dell’epoca spesso non riconobbero lo stato di “guerra legittima” alle formazioni della Resistenza. Di conseguenza, molte azioni militari – come le requisizioni di cibo e armi o le esecuzioni di spie e collaborazionisti – vennero derubricate a reati comuni: furto, estorsione, omicidio.
  • Il peso della Guerra Fredda: Con la rottura dell’unità antifascista nel 1947 e l’inizio dello scontro tra USA e URSS, il clima politico cambiò radicalmente. I partigiani, in particolare quelli delle brigate Garibaldi di orientamento comunista, iniziarono a essere visti da settori dello Stato e del governo come potenziali elementi sovversivi o pericolosi per l’ordine pubblico.

Il caso dell’Amnistia Togliatti: Promulgata il 22 giugno 1946 da Palmiro Togliatti (allora Ministro della Giustizia) con l’intento di pacificare il Paese, l’amnistia finì per essere applicata con estrema generosità verso gli ex esponenti del regime e della RSI. Al contrario, venne interpretata in modo molto restrittivo nei confronti dei partigiani, molti dei quali si ritrovarono reclusi o latitanti per anni. A guidare il pubblico in questo viaggio nella storia saranno due esperti d’eccezione: il Prof. Guido Levi, docente del DISPI (Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Genova) e specialista della storia contemporanea e delle dinamiche transitorie dal fascismo alla Repubblica, Alessio Parisi, Direttore del Museo della Resistenza della Val Borbera.

La scelta del luogo non è casuale. L’androne di Palazzo Spinola, sede del Comune e del Museo, si trova nel cuore della Valle, vero e proprio caposaldo partigiano, teatro di scontri cruciali come la celebre battaglia di Cantalupo. Il museo stesso è intitolato a Giovan Battista Lazagna (“Carlo”), vicecomandante della Divisione Pinan-Cichero e intellettuale che visse in prima persona le tensioni politiche del dopoguerra.

In occasione dell’incontro di sabato 4 luglio, verrà inoltre presentato ufficialmente il programma estivo delle attività del Museo.