Domenica 19 febbraio ritorno a Calcutta dopo il tour di tre giorni nel Sunderban, descritto nell’articolo precedente. Vado a dormire molto stanco e accusando un po’ di dolori alla schiena, ma fiducioso che una buona notte di sonno mi rimetta a posto. Invece la nuova settimana comincia con uno shock: ho un dolore tremendo all’osso sacro e alla zona lombare e riesco a malapena ad alzarmi. Capisco subito che è una situazione seria: in passato ho già avuto mal di schiena, ma mai con questa intensità. Superata la sorpresa iniziale, prendo una decisione inevitabile: rimandare la partenza per Bodhgaya, prevista per la sera stessa.

Mi ritrovo così a passare una seconda settimana a Calcutta, per fortuna ospitato dai gentilissimi Salesiani locali. Di solito dico che dove c’è Don Bosco c’è casa, in questa situazione è anche un ricovero per il viaggiatore affaticato! Passo i primi tre giorni a letto, prendendo antinfiammatori, una crema e tenendo la schiena calda per ridurre il dolore. A poco a poco miglioro e “testo” la situazione visitando altre parti di Calcutta, utilizzando i sempre affolatti bus e treni locali. Domenica 26 febbraio decido di proseguire e un lungo viaggio notturno (treno in ritardo di tre ore) mi porta finalmente alla prima tappa del mio “Buddha Tour”. L’intenzione è di visitare i quattro luoghi più sacri per il Buddismo: Lumbini (luogo di nascita di Buddha), Kushinegari (morte), Sarnath (primo discorso) e Bodhgaya, dove raggiunse si “illuminò” all’età di 35 anni, durante una notte di luna piena di circa 2500 anni fa.

Comincio proprio da quest’ultimo e vado subito a visitare il tempio Mahabodhi, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. La cuspide piramidale in pietra grigia, alta 50 metri, è spettacolare, ma la vera attrazione è l’albero di pipal (o albero della Bodhi), dove il Principe Siddartha Gotama raggiunse l’illuminazione, cioè uno stato di superamento definitivo di ogni passione e attaccamento terreno, in grado di porre fine al ciclo di reincarnazioni (samsara) e di fargli raggiungere il Nirvana dopo la morte. Centinaia di monaci e monache buddiste di varie nazioni (giapponesi, tibetani, birmani, tailandesi, ecc), ma anche tanti laici o semplici turisti affollano l’area intorno a questo albero maestoso. Osservo con rispetto un luogo molto sacro e davvero “intriso” di spiritualità, anche se lcune pratiche (come quella della prostrazione ripetuta e prolungata) sono difficili da comprendere. Sono molto felice di poter vedere l’albero da vicino…e di raccoglierne una foglia caduta (considerata di buon auspicio).

Il 2 marzo visito un altro luogo particolare: a 12 km da Bodhgaya si trovano le grotte di Dungeshwari: qui il non-ancora-Buddha (che letteralmente vuole dire “il Risvegliato”) trascorse sei anni di austerità e mortificazioni corporee, rischiando di morire di fame. L’immagine di Buddha ridotto a pelle ed ossa esemplifica bene questa ricerca estrema, culminata nella comprensione che solo il cammino di mezzo (cioè l’equidistanza sia dalla totale dipendenza sia dalla totale rinuncia ai piaceri sensuali) permette di raggiungere una felicità duratura. Dopo aver visto la grotta salgo quasi di corsa in vetta (dimenticando il dolore residuo alla schiena!) e osservo uno dei panorami più spettacolari delle prime sette settimane in India: una cresta rocciosa di colline grigio-brune separa due valli verdeggianti di risaie. Il sole sorto da poco e una scimmia meditatrice, seduta a lungo sulla cima, completano quest’opera d’arte naturale. Mi commuovo di fronte alla bellezza del paesaggio e, in preda alla tipica euforia del viaggiatore, mi faccio immortalare in versione “Massi on the road sui massi”. La posizione dell’albero sembra pericolante…ma mi raddrizzo giusto il tempo necessari per lo scatto e poi torno in sicurezza sulla “terraferma”!

Venerdì 3 marzo lascio Bodhgaya, con un senso di gratitudine per le belle giornate trascorse e con una forte convinzione: ho bisogno di radunare tutte le mie forze fisiche e mentali! La prossima tappa, infatti, sarà forse quella più difficile di tutto il viaggio: un corso di meditazione Vipassana di 10 giorni. Disconnesso dal mondo, in silenzio, meditando 10 ore al giorno. L’ho già fatto altre tre volte in passato ma è sempre una grande sfida! Sono pronto ad affrontarla e sarà un piacere raccontarvela nel prossimo articolo!

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