La nostra Roma detiene a ragione il titolo di “Città Eterna”. Ma c’è un altro posto che può vantare una storia altrettanto lunga, o addirittura più longeva: Varanasi, anche conosciuta con il nome Kashi e Benares. Gli induisti, che la considerano una delle città più sacre, non hanno dubbi: ha 6000 anni! Archeologi e studiosi sono più prudenti ma sembra certo che da almeno 3000 anni vi siano insediamenti umani stabili in quest’area dell’India settentrionale. Da secoli le persone ne sono attratte in modo irresistibile e, ancora oggi., è sia una delle mete di pellegrinaggio induista più affollate sia una delle destinazioni turistiche da non perdere.

Dalla vicina Sarnath, dove ho seguito il corso di meditazione, arrivo a Varanasi nel tardo pomeriggio di martedì 14 marzo. Trovo una stanza in un albergo situato in posizione strategica: dal ristorante con terrazza al quarto piano si gode di una meravigliosa vista del Gange. Inoltre, a pochi metri di distanza si arriva ai “ghat”, delle scalinate con accesso diretto al fiume. La maggior parte viene usata dai pellegrini per fare il bagno rituale, ma ce n’è uno molto speciale: il Manikarnika ghat, il luogo dove vengono cremati i cadaveri in pubblico. Molto curioso, e un po’ intimorito, seguo uno dei cortei funebri che passa per vicoli molto stretti fino ad arrivare al “burning ghat”. Qui i parenti della persona morta, in bae alle loro finanze, contrattano il prete induista che svolgerà i riti e scelgono  il tipo e la quantità di legna. Poi il corpo viene depositato su un “letto” di ceppi e si dà fuoco alla pira. Per bruciare completamente ci vogliono due o tre ore. Alla fine rimangono solo le ceneri, che vengono raccolte e gettate nel fiume. I parenti (solo uomini, le donne non sono ammesse) assistono all’intero rito funebre senza grida né pianti, con una grande compostezza. Ciò perché credono che cremare il corpo sulle rive del Gange permetterà di lavarne via tutti i peccati, terminando il ciclo di rinascite e raggiungendo la liberazione.

I turisti possono restare nel ghat durante le cerimonie funebri ma è vietato fare foto. Vedendo le alte fiamme che si levano dal cadavere all’inizio della cremazione provo una sensazione di disagio. Ma poi, a poco a poco, imparo ad osservare questo rituale secolare, con rispetto e senza giudicare. Non sta a me decidere se è “giusto” o “sbagliato”, ma è un’occasione unica di essere a contatto con la morte in una maniera inedita. Soprattutto alla sera, il luogo trasuda un’atmosfera molto intensa e surreale. Ma molto reale è inevitabile è la fine della vita, per ogni persona e in ogni luogo.

Una mattina ho l’occasione di ammirare Varanasi da un’altra angolazione, non dalla riva bensì dal fiume. Il giro in barca comincia alle 6 e dopo pochi minuti appare il sole. L’alba illumina la città che si risveglia: pellegrini che fanno il bagno, persone che si lavano, venditori di strada, barcaioli, ecc. Il Gange è considerato una madre che accudisce i suoi figli dalla nascita alla morte. Anche se ha uno dei livelli di inquinamento più alti al mondo (i batteri fecali sono migliaia di volte sopra ogni limite consentito), la guida confessa di amare e di avere fiducia nel fiume… per questa ragione fa il bagno ogni giorno e ne beve perfino l’acqua! Fede o follia? Non sono sicuro, ma dal momento che non nutro la stessa fiducia preferisco evitare di entrare in contatto con l’acqua.

Trascorro un’intera settimana a Varanasi, passando la maggior parte del tempo nei ghat dove i veicoli a motori non possono entrare. Una piacevole pausa dal caotico traffico indiano e un modo per osservare i tanti rituali quotidiani della gente. Anche se i procciatori di turisti sono piuttosto irritanti imparo a ignorarli (la maggior parte del tempo) o a scambiare due parole senza farmi abbindolare.

Il cibo è ottimo, sia quello di strada sia quello dei ristoranti, dove ho conferma quotidiana di una regola d’oro: è migliore e più economico nei posti dove ci sono più indiani e meno turisti. migliore e più economico è il cibo. Un sabato sera cedo alla tentazione e ordino una pizza nel ristorante del mio ostello. Purtroppo non è una buona idea, ma la mangio tutta lo stesso, chiudendo gli occhi e immaginando che sia qualcos’altro.

Alla fine dei 7 giorni trascorsi nella città eterna mi sento in ottima forma, pronto per continuare il viaggio che mi porterà decisamente a nord: Nepal sto arrivando!

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