Novi commemora la strage “alleata” del ’44

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Domani mattina, sabato, alle 10,30, davanti alla lapide in piazza della Repubblica a Novi, sarà commemorato l’evento riguardante il bombardamento che devastò Novi nel 1944. Il bombardamento riguardò parte della città, dalla stazione ferociaria, via Paolo Giacometti e zone limitrofe. Avvenne sabato 8 luglio alle 10,20 del mattino proprio quando il Piazzale della Stazione era gremito di gente. Fu un vero massacro. Molti non fecero in tempo a raggiungere i rifugi ricavati sotto piazza della stazione e nelle cantine della ditta Pernigotti. Dieci minuti dopo le bombe degli aerei americani devastarono anche lo scalo ferroviario di Novi San Bovo.

Il triste bilancio di quella mattina fu di 107 morti e numerosi feriti, molti di questi morirono nei giorni seguenti nonostante il professor Giuseppe Rodi dell’ Ospedale San Giacomo, operò ininterrottamente per tre giorni e tre notti.

Così, dall’archivio storico del Giornale vengono ricordati quei momenti. LO stralcio:

“…Furono centrati l’Albergo Reale, il Viaggiatori, l’Hotel Novi, il Leon d’Oro, il palazzo Pernigotti, la sede dei telefoni e quella dei tram, oltre a decine di edifici privati. Novi Ligure quel giorno cambiò volto per sempre. I corpi, ciò che ne restava, furono composti presso l’ospedale San Giacomo, già saturo di feriti e mutilati. Si dice che tutto il personale sanitario si sia prodigato per tre giorni e tre notti salvando quante più vite possibili.
Ci furono decine di episodi di abnegazione. Il milite ferroviario Edilio Acerbi, di Arquata Scrivia, meritò quel giorno un encomio dal Comando della 3a Legione di Genova. Si trovava negli uffici della Stazione al momento dell’incursione e fu tra i pochi fortunati a raggiungere il rifugio antiaereo. Ma fuori, sotto le bombe, una donna impazzita urlava di terrore. Per il giovane Edilio fu un attimo, uscire dal rifugio con il cuore saldo dei vent’anni, strappare quella donna dalle braccia della morte e trascinarla in salvo, con la divisa sporca di polvere, il berretto finito chissà dove, e la consapevolezza del giusto dovere compiuto.
Tristemente famoso l’episodio che riguarda i fratelli Piaggio. Entrambi avvocati, entrambi novesi, con caratteri e opinioni politiche diversissime. Mario era fascista. Pacato, ma convinto della bontà delle sue idee. Angelo, invece, era conosciuto per il suo scetticismo verso il regime. Lavorava negli uffici della Asborno S.p.a. di Ronco Scrivia, e non mancava di ironizzare sulle nostre forze armate, in segreto ammirava gli inglesi, non vedeva l’ora che vincessero la guerra. Quel giorno, sospinto da un oscuro presagio, abbandonò in fretta l’ ufficio. Muto, con difficoltà, giunse in Novi devastata, imboccò la strada ingombra di macerie. Vide le facce sconvolte dei superstiti, udì grida di dolore, si fece largo tra i soccorritori. La casa abbattuta lo vide affannarsi con le mani nude a rimuovere pietre, lo vide sporco e con l’ abito strappato, bloccarsi di colpo, lo sguardo angosciato. Afferrata la testa mozza del fratello Mario, l’avvocato filo-britannico Angelo Piaggio alzò gli occhi al cielo e si diresse urlando verso ciò che restava del centro di Novi, invano trattenuto da qualcuno. L’indomani, ingoiato l’enorme dolore, il Piaggio sarà tra i primi ad arruolarsi nelle Brigate nere, gettandosi anima e corpo nella lotta, dando a questa sua scelta estrema un significato di purificazione e vendetta. Morirà in camicia nera, fucilato dai partigiani a Cravasco di Campomorone (Genova).
La guerra proseguì, con il suo orribile tributo di sangue. Lotte partigiane, rastrellamenti, agguati ci furono anche per Novi. E, naturalmente, proseguirono i bombardamenti americani. Come quello del 28 agosto. Altre bombe e altri lutti si ebbero in via Roma e in via Cavour il 31 dicembre 1944, e ancora in via Orfanotrofio (ora via Marconi) il 6 aprile 1945. Questi ultimi morti – le solite donne e i soliti bambini – rimasero come un ulteriore peso sulle coscienze dei novesi. Mai una sola bomba fu tirata su un solo obiettivo militare. Mai sulle caserme, piene di tedeschi e militari della Repubblica sociale, mai sull’ aeroporto, mai sui magazzini e i depositi della Wehrmacht, ben noti a tutti, mai sui parchi di automezzi e sui depositi di carburante. E questo accanirsi contro obiettivi civili, contro innocenti ed inermi cittadini, sia pur enfatizzato dalla propaganda fascista, lasciò un segno profondo e non ebbe concrete smentite.
Forse fu anche per questo, se negli ultimi giorni di aprile del 1945, quando sfilarono i primi carri armati americani, che sancirono la definitiva fine del conflitto, furono pochi i novesi a scendere in piazza, e – le foto d’ epoca lo dimostrano – nessuno si sentì di festeggiare”.