Circa un milione di euro per costruirle e allestirla all’inizio degli anni Duemila e adesso oltre 400 mila euro di debiti e altrettanti di perdite. Chi pagherà per il disastro della cantina di montagna di Lerma? Toccherà al giudice deciderlo dopo che i tre liquidatori hanno portato in tribunale i libri contabili della Alto Monferrato Ovadese s.c.r.l, la società titolare della struttura di cui fanno parte l’Unione montana dal Tobbio al Colma (63%) e i Comuni di Lerma (10%), Tagliolo (10%), Casaleggio Boiro (5%), Mornese, Carrosio (2%), Bosio (1%), Fraconalto (1%) e Voltaggio (1%). Dopo la chiusura dell’attività all’inizio del 2018, ora arriverà il fallimento con la nomina di un curatore fallimentare da parte del giudice e lì si potrà comprendere se, al di là degli errori, ci siano state anche responsabilità nella gestione da parte degli amministratori. Lo scorso anno Dino Angelini, consigliere comunale ed ex sindaco di Mornese, aveva ricordato che i bilanci dal 2007 al 2014 non erano stati depositati come prevede la legge e che, essendo il capitale di soli 30 mila euro, la società avrebbe dovuto essere posta in liquidazione ben prima dello scorso anno. La cantina era stata aperta nel 2002 con l’obiettivo di mettere a disposizione una struttura al servizio dei viticoltori dell’Ovadese, alla perenne ricerca di un rilancio del Dolcetto. Le difficoltà emersero sin dai primi anni a causa di una serie di errori da parte degli amministratori.

La cantina di Lerma

Per esempio, la stipula di contratti triennali con i conferitori delle uve. In occasione della prima vendemmia, nel 2003, il prezzo delle uve Dolcetto fu elevato ma poi scese drasticamente nei due anni seguenti. La cantina, in base al contratto, fu però costretta a pagare al prezzo iniziale. Da allora i conferitori hanno avuto sempre grosse difficoltà a essere pagati e c’è chi si è rivolto al giudice ma senza ottenere quanto dovuto. Con l’approvazione della legge Madia, che imponeva lo stop alle società pubbliche che non svolgono attività di rilievo istituzionale, come appunto produrre vino, nel 2017 il cda, guidato negli anni da Marco Mazzarello, Livio Storace, Annamaria Alemanni e Franca Repetto, è decaduto e sono stati nominati tre liquidatori, nelle persone di Franco Ravera, sindaco di Belforte Monferrato; Stefano Persano (Bosio) e Giorgio Marenco (Tagliolo). L’edificio è nel frattempo passato dalla Comunità montana, ente cancellato per legge, all’Unione montana Dal Tobbio al Colma ma per la società doveva essere individuato un acquirente per salvare la cantina. Prima si era parlato del mondo delle coop, poi di un gruppo vitivinicolo albese ma alla fine nessuno però si è fatto avanti di fronte a 440 mila euro di perdite e debiti con banche e conferitori per 425 mila euro. I ricavi del 2017 sono stati di 74 mila euro contro 170 mila del 2016. “In assenza di un acquirente – spiega Ravera – abbiamo portato i libri in tribunale, che ora nominerà un curatore fallimentare. Ci sono debiti anche nei confronti dell’Agenzia delle Entrate”. “Purtroppo – dice Giorgio Marenco – la legge Madia ha impedito il rilancio della cantina che avevamo pensato come enti pubblici dopo la traversie gestionali del passato. L’intenzione non era quella di vendere. Essendo una srl, non ci saranno conseguenze per le casse degli enti soci”. Pantalone ha già pagato.

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