La lunga storia del biodistretto e l’irritazione del territorio

Come spendere più di mezzo milione di euro in …niente

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La storia del biodistretto è lunga e diciamolo chiaramente, anche molto noiosa. Proviamo a sintetizzare. Tutto inizia a ottobre 2015, quando il commissario liquidatore della Comunità montana, Cesare Rossini, decide di dirottare su un biodistretto, ciò che era rimasto dei fondi regionali assegnati nell’ambito dei Programmi territoriali integrati, in un primo tempo destinati alla realizzazione di energie alternative. Città del Bio è l’attuatore prescelto.

Città del bio è presieduta da Antonio Ferrentino, che è anche un consigliere regionale. Questa sorta di “conflitto di interesse”, non è piaciuta al territorio, non tanto per il conflitto di interesse in sé, ma perché sin da subito Città del Bio, ha preso decisioni opinabili in merito all’impiego del finanziamento, per altro senza confrontarsi con il territorio, infatti  il 1 dicembre scorso, 20 sindaci delle Terre del Giarolo, insieme ai presidenti dei Consorzi, hanno sottoscritto una lettera che hanno inviato in  Regione, con la quale manifestano “delusione per non essere stati interpellati su una scelta così importante e che impegna una somma di denaro raramente disponibile in questi momenti difficili, si aggiunge il fatto che, ad oggi, non si intuisce chiaramente l’effettivo utilizzo dei fondi e soprattutto non si intravede una concreta ricaduta sul territorio”. L’utilizzo è chiarissimo, basta leggere la convenzione Comunità Montana – Città del Bio. Nella descrizione analitica delle attività, si legge che il progetto è diviso in tre fasi.  Prima fase:  analisi dello stato dell’arte e definizione di ambiti e processi; il costo 78mila euro. Seconda fase: definizione delle strategie del biodistretto nel medio e lungo periodo e definizione del quadro normativo- organizzativo; costo 25mila euro. Terza fase: attivazione degli interventi per l’istituzione e lo sviluppo del biodistretto; costo 403mila837 euro.

E così tra studi e, analisi i famosi 500 e passa mila euro, sarebbero stati spesi se il territorio non si fosse ribellato.  Ora, i sindaci, i consorzi e le associazioni tornano alla carica con una nuova lettera alla Regione. Tra i firmatari c’è Gianpiero Chiapparoli, presidente di Volpedo Frutta.

Gianpiero Chiapparoli

Il nostro obiettivo – spiega Chiapparoli, – è mantenere il finanziamento sul territorio per attuare progetti reali, non vogliamo che vengano sprecati in inutili studi e sperimentazioni che lasciano il tempo che trovano. Quindi chiediamo di avere un ruolo attivo sia nelle progettazioni, sia nel controllo delle risorse finanziare, che ribadiamo, dovranno essere totalmente impiegate per lo sviluppo e la gestione del territorio. I produttori delle Valli Curone, Grue, Borbera, Spinti, Ossona, ma anche di valli limitrofe, Staffora, Scrivia, Trebbia, Tidone, dopo anni di ricerche e di intese prima sui metodi di produzione, poi sul deposito del nome, hanno condiviso un disciplinare per tutelare il prodotto, hanno collaborato e concordato con gli amministratori  le azioni che hanno portato a salvare ed a rilanciare importanti produzioni tipiche, ora mi chiedo come può arrivare qualcuno che non fa il nostro mestiere, che non conosce i luoghi e venirci a dire cosa dobbiamo fare? Ma per cortesia”.  

Avete proposto alcune idee…

“Abbiamo proposto di riaprire l’ex caseificio Montebore di Fabbrica Curone, da impiegare anche per la stagionatura del Salame Nobile e per la frollatura della Carne all’Erba. Inoltre l’acquisto di furgoni refrigerati per il trasporto di questi prodotti alimentari fino alle singole aziende. Sarebbe utile ripristinare le centraline metereologiche abbandonate. Abbiamo messo a punto un progetto che riguarda le scuole, dove attivare informazione agroalimentare e degustazione; programmare visite guidate per studenti nelle varie aziende agroalimentari presenti”.

Non c’è quasi nulla che riguarda la frutta…

“A noi non importa chi usa questi soldi, ma devono essere impiegati esclusivamente per le aziende delle nostre valli e non andare a Torino”

Fabio Semino

Anche i presidenti delle Unioni e si uniscono alla richiesta dei Consorzi, affinché questo finanziamento rimanga sul territorio, e lo fanno, in occasione dell’incontro con l’attuale commissario della comunità montana Terre del Giarolo Raffaella Musso.

“C’è la richiesta alla Regione, da parte di tutti noi – spiega Fabio Semino, sindaco di Garbagna e presidente dell’Unione Val Curone – che da adesso in avanti, tutto ciò che riguarda l’eventuale creazione di biodistretto venga gestita dagli attori locali. La progettazione iniziale è ancora in stand by, salvo un inizio di lavori che Città di bio dice di avere sostenuto, ma dovrà rendicontarla e dovrà spiegare cosa ha fatto finora per il territorio”.

Il timore di molti è che scada il termine fissato a giugno, per poter attuare i progetti e quindi avere i finanziamenti

“La commissaria ha dato certezza sulla proroga, non si è sbilanciata sui tempi, ma considera almeno di un anno”.

Vox populi, dice che la gestione del finanziamento dei 500 e passa mila euro sarebbe ritornata a Città del bio.

“E’ una situazione bizzarra, la stessa Regione ha quote di partecipazione in Città del bio. La commissaria non ne ha parlato nello specifico, ma sappiamo che c’è una determina commissariale.L’affidamento è in base a una progettualità che aveva presentato Citta del bio.  A fine 2016 il commissario Rossini, aveva conferito questi soldi a un’Unione; cosa intendesse con questa azione, non è chiaro. Comunque, noi dobbiamo capire cosa possiamo fare, se dobbiamo portare avanti il progetto del biodistretto. Come abbiamo già detto noi non bocciamo il biodistretto, ma il modo in cui è stata condotta l’operazione fino ad ora”.

Giorgio Torre

La stessa fermezza la esprime Giorgio Torre, presidente dell’Unione Terre Alte e sindaco di Roccaforte Ligure.

“Dobbiamo essere necessariamente noi i registi di questo progetto. – spiega – Personalmente non credo che un’associazione torinese possa conoscere le esigenze del nostro territorio. E lo dimostrano i fatti. Finora quello che ha proposto Città del bio è assolutamente inutile, per non dire dannoso. Speriamo solo che la commissaria, come ha promesso, porti le nostre istanze in Regione  e lì recepiscano le nostre intenzioni. Forse dovevamo essere più incisivi prima, ma meglio tardi che mai. Di certo non abbiamo bisogno di personaggi che si propongono come i salvatori del mondo, di quelli dalle nostre parti ne sono passati parecchi, e per fortuna come sono venuti, se ne sono anche andati”.

Già come i famosi maiali di Grondona. Ma quella è un’altra storia.